Saremar, dalla flotta sarda al fallimento in quattro anni

Operazione non passa vaglio di Bruxelles, "sono aiuti di Stato"

Era il 15 giugno 2011: la prima nave della Regione Sardegna marchiata con i Quattro Mori e la scritta Saremar affittata con nolo armato, la Scintu, salpa dal porto di Civitavecchia per raggiungere Golfo Aranci. Qualche giorno più tardi, il 22 giugno, un altro traghetto, Dimonios, avrebbe assicurato il collegamento tra Vado Ligure e Porto Torres. Nasceva così la Flotta sarda, una sperimentazione, anche legislativa, prima bocciata dalla Commissione Europea e poi affossata definitivamente dal Tribunale dell'Ue che ha confermato l'ipotesi di aiuto di stato, ribadendo la necessità di recuperare i 10,8 milioni spesi dalla Regione quale contributo all'iniziativa.

L'idea della Giunta di allora, guidata dal presidente di centrodestra Ugo Cappellacci, era diventata una realtà come risposta al caro-tariffe praticate dalle compagnie di navigazione accusate di aver messo in piedi un vero e proprio cartello sui prezzi. Questo genera un lungo braccio di ferro tra la Regione e le società finito sul tavolo dell'Antitrust dopo un inutile tentativo di mediazione. Nel frattempo monta la protesta sull'aumento dei biglietti da parte degli imprenditori, soprattutto turistici, e degli emigrati sardi. Il varo della Flotta sarda, in effetti, mette in moto un meccanismo al ribasso sui prezzi da parte delle compagnie marittime concorrenti Dopo il primo anno, le navi della Saremar riprendono il mare a metà gennaio 2012 tra Olbia e Civitavecchia.

Intanto il Consiglio approva la legge che consente alla Regione di diventare armatore a tutti gli effetti. Ma la normativa doveva essere notificata a Bruxelles prima di far ripartire le navi. Nel 2014, in piena campagna elettorale per le regionali, arriva la prima doccia fredda dalla Commissione europea che boccia una parte del sostegno concesso alla Saremar. La Regione fa ricorso e il tribunale Ue conferma la prima bocciatura rigettando le istanze. Per le casse della Regione non ci sarà, però, nessun aggravio rispetto alla restituzione chiesta con la sentenza di Bruxelles: le risorse sono già in parte state recuperate con la liquidazione della Saremar e la vendita dei traghetti.

Con le prime pronunce della Commissione Ue e l'impossibilità all'epoca per la società di restituire quasi 11 milioni di aiuti di Stato, la strada obbligata per la compagnia sarda di navigazione resta quella del fallimento. Nell'aprile 2015 partono le lettere di licenziamento ai 167 lavoratori e nello stesso anno si avviano le procedure fallimentari che portano alla privatizzazione del servizio (ora in capo alla Delcomar dell'armatore maddalenino Franco Del Giudice) e alla vendita dei traghetti.

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