Lucrezia Lerro, Più lontano di così

Indagine sull'ossessione e sulla scrittura come via d'uscita

    (ANSA) - ROMA, 17 AGO - LUCREZIA LERRO, PIÙ LONTANO DI COSÌ (La nave di Teseo, pp.184, 17 Euro). E' la capacità di indagare il terreno incerto dei sentimenti, attraverso un uso attentissimo delle parole in una scrittura che non concede sbavature, ciò che più sorprende nell'ultimo libro di Lucrezia Lerro, dal titolo "Più lontano di così" (La nave di Teseo). Al centro del romanzo un fatto di cronaca: nel dicembre del 1951 un caporale del 13° Reggimento di Artiglieria venne ucciso da una donna con 5 colpi di pistola a Piazza dell'Indipendenza a Roma.
    Da qui Lerro costruisce una storia in cui la giovane vittima di nome Luigi, pur essendo assente, è in realtà protagonista accanto al personaggio principale, sua nipote Leda, che proprio dallo zio mai conosciuto (e dalla sua foto appesa in camera da letto) è ossessionata fin da piccola. In capitoli brevissimi che si susseguono come rincorrendosi, l'autrice offre a Leda il compito di ricostruire l'omicidio dello zio ancora per molti dettagli oscuro: in una ricerca ossessiva, maniacale, leggendo documenti e parlando con le poche persone a conoscenza dei fatti trascorsi ormai da tempo, la ragazza compie un viaggio nel passato della sua famiglia e al tempo stesso in un presente che sente estraneo. Un percorso tortuoso che è fatto di ricordi ma anche di voglia di rispondere a dubbi e inquietudini personali: la ragazza vuole infatti comprendere le ragioni dell'infelicità, la sua e quella dello zio in primis, e di tutta la loro famiglia, nata (e condannata a restare) in un Sud avaro, prodigo per loro solo di miseria. "Più mi inoltro in questa storia, più mi accorgo che non c'è uno di noi che abbia vissuto una vita degna", scrive Leda mentre scava nel passato, rivolgendosi spesso allo zio, e insieme, a se stessa. Mentre persegue con piglio ossessivo l'obiettivo di trovare "il rimedio al male familiare", la ragazza rivela il grigiore di un'esistenza già immaginata infelice prima ancora di averla vissuta, piena come è di velleità e progetti mancati. Il senso di smarrimento di Leda permea ogni pagina: "Oggi se per strada metto gli occhiali per compensare la miopia, devo toglierli all'istante tanto mi sembra più brutta la realtà rispetto a come la vivo". Eccola vagare mentre vive una vita senza mete da raggiungere, né aspirazioni, tranne una, quella di fare luce sull'omicidio di Luigi e rendergli giustizia. Per farlo sceglie, ancora una volta ossessivamente, di dedicarsi alla scrittura, per rifuggire la noia del suo correre senza senso quotidiano (lasciando l'università, passando da una città all'altra e da un lavoro all'altro, macerandosi nella solitudine e cercando "nelle parole la soluzione al dolore"). Nel dipanare questa storia, Lerro pone dunque l'accento sul groviglio dei sentimenti, sulla loro labilità e il loro prendere strade impervie, spesso anche dannose per chi li prova, soffermandosi con attenzione sulla straordinaria capacità della scrittura di penetrare la complessità, di fare luce, di dare una risposta al male di vivere.(ANSA).
   

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