Haitiano Laferriere, sono giapponese

In Italia 'titolare più rapido del West' come ne parlò Vonnegut

(di Mauretta Capuano) (ANSA) - ROMA, 24 MAR - DANY LAFERRIERE, 'SONO UNO SCRITTORE GIAPPONESE' (66THAND2ND, PP. 188, EURO 16,00) Spiazzare, scardinare il meccanismo che porta gli altri a vederci in un certo modo. Lo scrittore Dany Laferrière, haitiano-canadese, dal 2013 membro dell'Academie francaise, fa questo nel suo nuovo libro, 'Sono uno scrittore giapponese' (Edizioni 66thand2nd), che ha un titolo carico di senso e un effetto trainante sulla ricerca o lo smarrimento della propria identità. Un modo per scacciare, almeno dalla narrativa, ogni forma di nazionalismo.
    "Si dice sempre quello che non si è. Si ha il coraggio di affermare una negazione, molto meno di dire con coraggio di essere qualcosa. Quando dico sono uno scrittore e sono haitiano le persone affermano 'ah!, ma lei si vergogna di essere nero'.
    Questo è l'inghippo in cui si precipita. Allora dico 'bene, sono uno scrittore giapponese' e allora mi chiedono 'ma lei è mai stato in Giappone?'. Trovo sia preferibile questo tipo di domanda stupida, ma meno idiota della prima" spiega all'ANSA lo scrittore, in questi giorni a Roma.
    "In fondo - sottolinea - nessuno si pone il problema di dire se Moravia si vergognasse o meno di essere italiano o Tolstoj di essere russo. Sono scrittori universalmente conosciuti che non suscitano una domanda di appartenenza. Ma non si capisce perchè invece gli scrittori che vengono dal sud del mondo debbano essere etichettati in maniera nazionale".
    Questo titolo, continua Laferriere, "non si limita a liberarmi dal problema identitario ma crea un effetto a catena, nella narrazione, di sovversione nella società giapponese in cui tutti finalmente si svegliano e cominciano ad affermare che cosa sono in maniera altrettanto assurda. Nel libro ci sono esempi esilaranti 'Io sono un camionista coreano', 'Io sono una spogliarellista malese'" racconta lo scrittore, maestro del non-sense, che ha un vero talento per i titoli tanto da essere definito da Kurt Vonnegut "il titolatore più veloce del West".
    "Non è un aneddoto e basta. E' tutto vero. La moglie di Vonnegut mi ha riferito che il marito le disse questo di me e anche che se lui avesse avuto la mia capacità di fare questi titoli fantastici sarebbe stato il più grande scrittore del mondo. 'In ogni caso i suoi libri sono migliori, ma i tuoi - mi ha detto la signora Vonnegut - hanno dei titoli superiori" afferma sorridendo Laferriere con al collo una sciarpa a righe nera e bianca.
    "Siamo in un mondo che continua a porsi domande assurde come se fossero naturali e alle quali non si può rispondere semplicemente 'si' o 'no'. Si precipita così in un dibattito che non è un vero dibattito. L'unico modo per disinnescare questa folla di domande assurde è rispondere con un'affermazione ancora più assurda" spiega. In 'Sono uno scrittore giapponese' è in scena così "la prospettiva di scrivere un libro che non c'è, di qualcuno che scriverà un libro ma che sa perfettamente che non potrà mai farlo, non essendo giapponese" racconta l'autore.
    Laferriere ribalta anche la nostra consuetudine a pensare di dover fornire delle prove delle nostre affermazioni.
    "Normalmente funziona così: io ho delle prove e affermo delle cose sulla base di queste e così la gente non cambia mai. Si fanno discorsi su cose provate, assodate, che tutti condividono.
    Si continuano a scambiare le vecchie idee che hanno alla base prove da tutti condivise. Non si dice mai qualcosa che non ha delle prove a monte. E invece bisognerebbe fare proprio questo, cominciare ad affermare delle cose senza presentare delle prove perché non siamo obbligati a farlo. Io posso dire di essere uno scrittore giapponese senza dimostrare di esserlo, sono i lettori che portano a posteriori le prove. Mi dicono, per esempio, 'ma non ama il sushi, non ama la musica giapponese, non è mai stato in Giappone'. E dunque sono uno scrittore giapponese che non somiglia a nessun altro scrittore giapponese, ma è esistito" racconta Laferriere, che è nato a Port-au-Prince nel 1953, vive a Parigi, è sempre in giro per il mondo, ma non salta mai un incontro all'Accademia di Francia. "Non dico mai dove vivo perché così posso sognare, essere sempre altrove" dice lo scrittore che con 'Tutto si muove intorno a me' è stato finalista al premio Von Rezzori, ed è autore tra l'altro de 'L'arte ormai perduta del dolce far niente' e vuole "ridare leggerezza alle cose che sono state caricate di negatività".
   

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