'Carnaio', distopico romanzo denuncia

Giulio Cavalli affronta in modo noir grottesco il tema migranti

(ANSA) - ROMA, 17 FEB - GIULIO CAVALLI, ''CARNAIO'' (FANDANGO, pp. 220 - 17,00 euro). Giulio Cavalli, quarantenne narratore e autore teatrale, prosegue, scrivendo, quella lotta alle infiltrazioni nel mondo imprenditoriale e economico settentrionale della criminalità organizzata che ha portato avanti anche con la sua attività politica alla Regione Lombardia, tanto che oggi è costretto a vivere sotto scorta, dopo le rivelazioni di un pentito. Non può stupire quindi questo romanzo distopico, per usare un'etichetta oggi molto in voga, che costruendo una denuncia implicita parte dall'oggi per narraci un domani che se non vogliamo si avveri in tutte le sue sfumature noir e ci lasci sorpresi a domandarci come sia accaduto, dobbiamo cominciare a affrontare da subito. Il problema è che le migrazioni che qualcuno fa credere di poter fermare e controllare, sono in realtà in costante aumento perché l'Europa ricca e con una popolazione dalla natalità in veloce e forte calo non può non attrarre i milioni e milioni di esseri umani affannati che vivono in zone povere, martoriate dallo sfruttamento coloniale e da guerre che sfruttano odi tribali e religiosi, quindi disposti a tutto pur di scappare e cercar di arrivare dove la vita appare comunque diversa. Avendo coscienza di questo si capisce la metafora nera sino alle estreme conseguenze, metafora certamente paradossale e disturbante che cerca di smuovere gli animi proprio forse con i suoi eccessi, che Cavalli costruisce raccontandoci la storia esemplare di una cittadina marinara, DF, dalla vita tranquilla, dove un giorno un anziano pescatore trova nella rete il cadavere di uomo di pelle nera così che al suo ritorno, perché abbia pietosa sepoltura, finisce in commissariato a far fronte a procedimenti burocratici. La cosa non fa molto rumore e si sta spegnendo se non fosse che a quel cadavere ne seguono alcuni altri, poi se ne trovano molti spiaggiati dietro una duna e infine, mentre l'allarme si fa generale ma dal governo centrale minimizzano e non intervengono, come per un terremoto un'ondata gigantesca ne butta un'infinità per le strade e sopra le case di DF, facendo ben 14 morti tra gli abitanti. A una prima conta risultano 24.712 corpi, ma saranno di più, tutti stranamente più o meno eguali per fattezze, misure, peso, e non si fa a tempo a ripulire tutto che, mentre arrivano giornalisti e tv da tutto il mondo, ecco altre ondate come tsunami umani che finiscono per soffocare DF sotto una montagna di centinaia di migliaia di cadaveri d'oltremare, con arrivi che alla fine divengono quotidiani e stabili nella misura media di circa diecimila al giorno. Un'emergenza assoluta, ovviamente, e l'amministrazione locale, viste difficoltà e tempi burocratici e la non comprensione che trova nei referenti nazionali, con spirito pragmatico si organizza per resistere, e nel tempo costruisce una barriera sulla riva del mare, crea un canale che porti i corpi verso un centro in cui verranno utilizzati e sfruttati in vari modi per trarne un guadagno, un sostentamento autarchico che sostituisca la pesca e gli arrivi vacanzieri estivi, per essere infine liofilizzati. Tutto questo sistema di pura sopravvivenza richiede che ''quelli'' siano reificati, perdano ogni caratteristica di umanità, secondo regole molto rigide, risposte sicure alle accuse che arrivano dai moralisti di ogni dove, così che in breve a DF si instaura un regime spietato e dittatoriale, isolato dal resto del paese e che non accetta debolezze e dissensi persino all'interno delle famiglie e che il lettore vive come un incubo, avvertendo echi da soluzione finale nazista, mentre il pensiero va per similitudine alla vita del manicomio che Saramago descrive nel suo romanzo ''Cecità''. Tutto è narrato sino al finale mestamente apocalittico con un realismo grottesco volutamente freddo e assolutamente macabro, sconcertante nei particolari, con una scrittura che talvolta eccede ma è forte e efficace, specie quando dalla narrazione in terza persona passa a quella diretta in prima, ai monologhi dei vari personaggi-cittadini, ognuno con una propria voce e teatrale verità nell'esibire durezza o debolezza, fiducia o disillusione, impegno o voglia di fuga, ma tutte alla fine senza scampo.
   

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