Dawla, l'Isis visto da dentro

Violenze, religione e colpi di scena nel libro di Del Grande

(ANSA) - ROMA, 1 SET - GABRIELE DEL GRANDE, DAWLA. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori (Mondadori, pp.612, 19 Euro). L'ascesa e la caduta dello Stato islamico. Nel mezzo, un intreccio di violenze, tradimenti, crudeltà, cospirazioni, corruzione e brama di potere riassumibile nella parola 'male', con la sua banalità, la sua forza ma anche la sua complessità. Colpisce a fondo con la sua verità il libro "Dawla" (Mondadori), scritto dal giornalista Gabriele Del Grande al termine di un avventuroso viaggio che dal Kurdistan iracheno lo ha portato alla Turchia, dove poi il giovane è stato arrestato. "Dawla", che in arabo significa Stato, racconta l'Isis dal di dentro, partendo dalle fondamenta fino ad arrivare ai vertici, ne svela i meccanismi di funzionamento e le caratteristiche di chi ne fa parte.

Leggendo il libro si ha davvero l'impressione di entrare in contatto ravvicinato con il mondo di morte e terrore del sedicente Stato islamico, proprio perché Del Grande svela l'Isis attraverso le storie di vita dei suoi disertori di cui adotta il punto di vista. L'autore, che conosce l'arabo, ha incontrato alcuni ex membri dell'Isis per spiegare cosa li abbia spinti a prendere le armi e affiliarsi all'organizzazione terroristica, e cosa invece li abbia poi indotti a lasciarla. Di certo non il pentimento, più probabilmente la paura o forse l'aver indagato troppo a fondo nel nucleo del potere al suo vertice.

La prima cosa che viene in mente leggendo il libro è il coraggio che l'autore ha avuto, non solo nel partire in prima persona verso luoghi non certo ospitali per un occidentale laico e disabituato alla guerra, ma soprattutto nell'aver scritto senza filtri ciò che i suoi occhi hanno visto e le sue orecchie hanno ascoltato dopo mesi di incontri e di ricerche. Del Grande riporta tutto al lettore, avendo cura di non dimenticare nulla: offre dettagli e descrizioni particolareggiate, fornisce spiegazioni sui vari gruppi religiosi ed elementi di geopolitica, non manca di raccontare le storie dei singoli protagonisti facendo attenzione ai colpi di scena e intrecciandole ai grandi eventi internazionali come un solo vero narratore sa fare. Ma il suo coraggio sta principalmente nel non voler esprimere alcun giudizio: l'autore ha l'esigenza insopprimibile di raccontare e tentare di capire la complessità di un mondo lontano da noi eppure vicinissimo, troppo spesso travisato o a volte ignorato.

Il quadro che Del Grande delinea non è certo di facile comprensione, il suo obiettivo è proprio quello di non essere superficiale e, al contrario, di studiare un fenomeno che continua a terrorizzarci: l'autore non vuole colpevolizzare i suoi interlocutori né giustificare le loro azioni, ma solo descrivere ciò che ha provato a conoscere rischiando sulla sua pelle, anche con la prigionia. Un'inchiesta vera la sua, imponente, di certo non semplice ma capace di tenere a sé il lettore. Del Grande sceglie di adottare lo sguardo più scomodo, quello dei terroristi, ma anche quello più vero: il risultato è un manifesto contro la guerra, necessario e urgente, che svela responsabilità e retroscena, senza dimenticare le implicazioni tra mondo occidentale e orientale.(ANSA).
   

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