Vojnovic racconta i cefuri di Lubiana

Un romanzo sorprendente e rivelatorio sulla realtà ex Jugoslavia

(ANSA) - ROMA, 19 GEN - GORAN VOJNOVIC, ''CEFURI RAUS!'' (FORUM, pp, 198 - 16,00 euro - Traduzione e cura di Patrizia Raveggi) - Un titolo rimasto in lingua originale, che in senso traslato potremmo tradurre con ''Terroni, a casa!'' per far capire che tipo di insulto sia, quando viene gridato per strada o scritto su tanti muri di Lubiana, la capitale della Slovenia, dove questo libro è ambientato e questa storia di formazione, della crescita di un gruppo di adolescenti che rispecchiano la crescita di un popolo e di un paese relativamente giovane, è divenuto un best seller tra i lettori di ogni età anche nelle altre repubbliche della ex Jugoslavia.

    Un libro sorprendente e estremamente letterario per le qualità linguistiche, per le invenzioni espressive, per il gioco tra diversi gerghi e lingue, dal serbo al croato al bosniaco che ha richiesto alla traduttrice, come è evidente a ogni pagina, una vera reinvenzione e riscrittura per rendere in italiano tanta varietà e ricchezza, tanta immediatezza narrativa, con questo parlar giovanile quasi ansiogeno, dal ritmo rapido, come scritto senza sosta, senza prende fiato. Un libro che ci illumina sulla realtà di questi paesi a noi vicini e di cui sappiamo così poco, a parte le guerre feroci che li hanno travolti. Per questo ''Cefuri, raus!' segna anche un ritorno alla vita, un passaggio verso il futuro e la speranza di un domani.

    In realtà il luogo preciso in cui è ambientata la vicenda è Fuzine, la banlieue di Lubiana nata negli anni '70 per ospitare e metter fuori dal centro i molti immigrati che arrivavano da sud, spregiativamente detti appunto 'cefuri', essenzialmente provenienti dalla Bosnia. E cefuro immigrato bosniaco è l'io narrante Marko, un diciassettenne irrequieto, appassionato di calcio e giocatore per altezza e agilità di basket, pronto a esclamare con i suoi amici Adi, Dejan e Ale ''Siamo i più forti.

    Zingari siamo'', girando senza meta da veri sbandati per passare giornate e serate senza uno scopo e qualcosa da fare. E' l'emarginazione che porta in sé anche un germe di ribellione che non esplode mai, nemmeno quando vengono ben pestati in commissariato dalla polizia. 'Matticomio' è la parola forse più usata per definire posti e persone.

    Marko non ha una squadra per cui tifare, non potendo tifare per quelle dei suoi 'nemici', e quindi gli pare di non avere nemmeno un'identità che si possa sentire anche collettivamente.

    Esprime così l'egoismo della sopravvivenza vivendo la propria esuberanza giovanile e disagio giorno dopo giorno, senza mai fidarsi di nessuno, ognuno alle prese con i propri fantasmi personali e familiari, con un senso di solitudine pur muovendosi in gruppo. Estraneo alla realtà slovena, quando tornerà al paese dei genitori, si troverà emarginato come 'Janez', il nome con cui i bosniaci indicano tutti quelli che vengono dal nord, risultando così sempre straniero e vivendo una sorta di estraneità esistenziale. Si pensi che i cognomi bosniaci vengono riscritti sui documenti con la grafia slovena (i cefuri hanno cognomi che finiscono in -ic), a segnare quasi una perdita di identità e una cooptazione solo superficiale, davanti a una impossibile, reale integrazione. Si legga la pagina che termina ''il fatto è che nessun bambino ha mai sognato di passar la laif a Fuzine. Punto e basta'', dopo aver ricordato i grandi palazzi, i piccoli appartamenti, le paghe misere, le pensioni assolutamente insufficienti per vivere, oltre all'essere ''guardato storto per trent'anni perché non sa accentare nel modo giusto qui cazzi di parole slovene''. I brevi capitoli del libro spesso, come in un manuale, sono intitolati ''Perchè i cefuri.....'' Sono però i locali, le strade, lo sballo bevendo Rakia, la moda, il mito dell'America, le parole inventate, le insofferenze e il chinar la testa (esemplare il mutismo del padre di Marko, deluso e sconfitto dal figlio, ma non solo) che inseriscono queste avventure picaresche metropolitane d'oggi in un contesto reale, sottolineandone la verità, che è quella forte della letteratura, molto più forte della cronaca della vita vera.
   

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