Uno Stradivari per von Arx

Il violinista italiano adesso vuole "democratizzare" la classica

Tutti lo cercano nel legno, nella vernice, nelle misure, ma il segreto di uno Stradivari è nell'idea di vibrazione che il costruttore aveva nella sua testa. Fabrizio von Arx, in un'intervista all'ANSA, dà la sua chiave di lettura del mistero dei violini più pregiati che la storia conosca, a pochi giorni dalla presentazione, a Ginevra, del suo "Madrileno": lo Stradivari del 1720 affidatogli da un imprenditore, che ha messo a disposizione parte del capitale, perché fosse proprio lui a suonarlo. Il primo concerto con questo nuovo strepitoso compagno - un evento musicale montato su misura sui due protagonisti, il violinista e il suo "nuovo" violino - è in calendario l'11 gennaio, al Victoria Hall.

"Ognuno vuole scoprire quale sia il famoso segreto: il legno, la vernice, il taglio, le misure, ma in realtà non è nulla di tutto questo - dice von Arx -. Il vero segreto è in come Stradivari assembrava i pezzi di legno, le componenti del violino, a partire da un'idea di vibrazione che aveva in testa. Lui aveva un'idea di suono nella sua mente ed era un avanguardista. Dopo i suoi violini, arriva Paganini. Grazie a questo strumento del futuro, Paganini porta alla massima espressione tutta la tecnica violinistica: armonici, doppi armonici, pizzicati, le doppie corde. Stradivari ha anticipato di un secolo il suono del futuro".

E von Arx, napoletano di adozione ginevrina, suonerà per i prossimi 10 anni - da contratto - questo esemplare del cosiddetto "golden period" del maestro liutaio più famoso del mondo. Parlare con lui aiuta a sfatare qualche falso mito: "recentemente si è tentato di affermare che i violini contemporanei avrebbero un suono superiore, più pulito di uno Stradivari. Ma io non credo all'esito di questi cosiddetti blind test. Il punto decisivo è che il suono di un violino non esiste. Esiste una risonanza primaria".

E poi l'incontro di ben tre "casse armoniche", spiega: "Quella del violino, quella del corpo del musicista, che suona con la sua fisicità, un determinato peso del braccio, e quello che nel nostro gergo chiamiamo 'il gesto' del violinista. E poi c'è la cassa di risonanza della testa del musicista: con la sua idea di suono". Questa composizione di addendi rende il risultato unico e difficilmente misurabile per fare dei paragoni. "Più tempo è passato, più un violino vibra facilmente. E l'unicità degli Stradivari è comprovata da oltre trecento anni", aggiunge. Averlo fra le mani, subito dopo il suo Guadagnini, che lo accompagnava da 20 anni è stata una grande emozione. "Ti accorgi subito dell'incredibile differenza. E anche Olivier Plan, che nella vita fa l'imprenditore, l'ha intuito immediatamente. Quando mi ha sentito suonare i due strumenti ha detto semplicemente: tu devi suonare questo violino".

Un'opera di mecenatismo, che però non si presenta così: "Non vuole essere definito mecenate. Lui ha una holding impegnata nell'immobiliare, nella arti marziali, nell'high-tech. E da un po' di tempo si poneva una domanda: perché la musica classica ha così poco spazio rispetto alla leggera, pur essendo una cosa così importante. Il suo obiettivo sarebbe democratizzarla: concerti per pubblici più ampi, biglietti più accessibili, un diverso rapporto coi media. E questa visione coincide con la mia".

Una sorta di "riforma" culturale, che parte proprio dalle parole. Anche parlare di "classica" per von Arx "ormai" è una trappola: "il termine intimidisce, allontana, è una parola di chiusura. La musica è la musica: senza Bach non avremmo avuto i Beatles, i Queen. Paganini era il Jimi Hendrix del violino. Io non mi opporrei se si rinunciasse a dire 'musica classica'". Non tutto deve cambiare però: "Non abbiamo in mente un'operazione alla David Garrett. Il nostro progetto è più simile a quello di Pavarotti, che non si è mai spogliato del frak". Neppure Fabrizio von Arx lo farà.

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