A Venezia la favola nera di Pedicini

A Giornate Autori Dove Cadono le ombre, ispirato a storia vera

Una storia vera, ''sconosciuta ai più, il tentativo di sterminio scientifico, avvenuto in Svizzera, di una comunità nomade, gli Jenisch'', spiega all'ANSA la regista Valentina Pedicini, ha ispirato la sua opera prima, 'Dove cadono le ombre', con Elena Cotta e Federica Rosellini, che debutterà in concorso alle Giornate degli Autori sezione autonoma e indipendente della Mostra del Cinema di Venezia per essere poi distribuita in sala da Fandango, che è anche produttore con Rai Cinema. Dove cadono le ombre ''è anche un film d'attualità. Racconta come bisogna stare all'erta, perché quello che è successo in Svizzera sta accadendo in qualche modo anche in Italia, se pensiamo all'atteggiamento verso la diversità e alla non accettazione dell'altro. Non ci sono connotazioni di luogo, tempo o spazio eppure il tema del film è legato all'oggi.

Per me da italiana era importantissimo occuparmi in modo non convenzionale di questo argomento''. La prima idea della cineasta era di realizzare un documentario sul programma eugenetico contro gli Jenisch: ''Ho iniziato a lavorare con la poetessa Mariella Mehr, una delle poche sopravvissute, per raccontare quello che viene chiamato genocidio, partito nel 1926. La cosa più sconcertante è che l'ultimo istituto in cui erano stati rinchiusi i bambini di quest'etnia sottratti alle famiglie d'origine per 'riprogrammarli' e fargli dimenticare la loro appartenenza, è stato chiuso nel 1989, quindi pochissimo tempo fa'', spiega la regista pugliese, classe 1978, già pluripremiata autrice di documentari e corti. Dopo quattro anni di ricerche, ''però, ho deciso di cambiare il linguaggio e utilizzare la finzione. Alla base ci sono fatti reali, ma li rendo in forma di favola nera, ambientata in un non luogo, un non tempo, in cui c'è questo incontro, dopo molti anni tra la vittima, Anna (Rosellini), infermiera 28enne in un istituto per anziani, che da bambina aveva subito quel trattamento, e la carnefice, Gertrud (Cotta)''. Il film è ''un thriller sentimentale/psicologico sulla cancellazione dell'identità e la reazione che nasce fra questi due personaggi''.

Nella sinossi ''c'è scritto che è ispirato a 700 storie vere, ma i dati non sono certi. Si parla di un numero dai 700 ai 5000 bambini di cui non si hanno più notizie e per una piccola comunità rappresenta un genocidio. Chi è sopravvissuto, come Mariella, ha un'anima sicuramente da combattente, ma anche in qualche modo danneggiata''. E' un film anche ''interamente al femminile. Sono donne la regista, le sceneggiatrici (Valentina Pedicini con Francesca Manieri) e le protagoniste. Perché è una storia anche sulla maternità negata e sul nomadismo, che in Svizzera era considerato fino agli anni '90 una malattia che si trasmetteva dal punto di vista ereditario e in linea matrilineare. Era molto importante per me raccontare quest'aspetto e rappresentare il male e il bene con personaggi femminili''. Elena Cotta nel 2013 aveva vinto a Venezia la Coppa Volpi come miglior attrice per Via Castellana Bandiera di Emma Dante: ''Al provino sono rimasta fulminata quando mi ha detto 'Gertrud sono io' - spiega -. Ha un volto straordinario e una capacità ironica impressionante. Non è lo stereotipo del male, perché il male è molto più ambiguo soprattutto in una storia come questa.

Elena sapeva come portarla avanti''. Di Federica Rosellini, che ha fatto finora soprattutto teatro ''conoscevo bene il talento e in più la sua fisionomia quasi nord europea richiama quella degli Jenisch. Il suo è un volto che il cinema italiano ancora non conosce, questo film è un esordio per tanti di noi''.

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