Vinterberg porta a Berlino il coraggio di condividere

"La comune", da memoria infanzia regista una metafora della vita

Aveva sempre sognato di vivere con quell'amico, Ole. E quindi un giorno Anna convince suo marito a fondare una comune, a Copenaghen. "Tu dici sempre le stesse cose, io ho bisogno di parlare con altre persone, altrimenti mi avvito su me stessa". Erik decide di assecondarla, e il gioco è fatto: i tre si trasferiscono con la figlia di 14 anni, in una bella proprietà di famiglia con degli amici, coppie e non. Quasi alla ricerca di quell'intimità perduta, Erik si lascia conquistare da una sua studentessa e se ne innamora. Anna si sforza di accettarlo, lo spinge a invitare la giovanissima amante a vivere con loro, e poi crolla. Vittima dei suoi ideali sarà lei a dover lasciare l'utopia, ormai divenuta reale, di questa famiglia allargata. A mandarla via sarà addirittura la figlia: con lo stesso realismo col quale l'amante, invece, rimane seduta al tavolo attorno al quale si pranza, si cena e si votano le regole. Che sia l'acquisto di una lavatrice o i principi coi quali andare avanti.

È un film intenso, doloroso, "sull'amore, sul tempo, sulla vita e sulla morte, sul vivere con gli altri", che ha la pretesa di farti andare via "con un sorriso", nelle parole del regista, Thomas Vinterberg: "La Comune", dal 31 marzo nelle sale italiane con Bim distribuzione. L'ex socio danese di Lars von Trier (fondarono insieme il manifesto il "Dogma" per spogliare il cinema di ogni effetto speciale) ha portato alla Berlinale di quest'anno un gioiello, messo in scena da un cast che ha imparato a convivere "bevendo e cenando assieme, facendo il bagno nudi e parlando di tutto" davanti ai suoi occhi "commossi". E superba è la prestazione di Trine Dyrholm e Ulrich Thomsen, nei ruoli dei due protagonisti.

C'è una nota autobiografica importante, su cui si fonda questo lavoro: "Non volevo fare un film su una famiglia distrutta - ha spiegato Vinterberg -. Io ho trascorso la mia infanzia in una comune, e ho nostalgia di quel tempo in cui la gente condivideva le cose". Gli chiedono se abbia pensato ai profughi: risponde che non ci avrebbe fatto un film, ma aggiunge "oggi mi vergogno di essere danese e delle politiche della Danimarca", che chiude loro le porte. Nella società odierna c'è tanta solitudine. Ovviamente anche nella comune si poteva essere soli. Ma c'era questa straordinaria possibilità: si comprava una casa, si compravano due birre, e si stava insieme. Si dormiva insieme". I suoi genitori furono fra i primi a lanciarsi in un'avventura del genere: "Nella nostra strada c'erano sei comuni, tutte diverse.

Da me erano professori universitari, critici cinematografici, artisti", che volevano fondare una "grande famiglia". Ho voluto mostrare la "purezza" che c'era nella "missione coraggiosa di quella generazione". I suoi "punti di forza e i suoi punti di debolezza". "A noi bambini veniva data un'enorme responsabilità - ha aggiunto ad esempio - ci trattavano da adulti, ovviamente per noi era troppo". Uno di quei bambini, nel film, muore: sembra che il suo cuore malato non regga alle emozioni cui costringe quella vita assieme dove l'individuo può seguire se stesso, a patto di riuscire sempre a restare con gli altri. "È la perdita dell' "innocenza", spiega il regista. Mentre Thomsen chiarisce: "Anche Erik, il mio personaggio, soffre, anche lui deve rinunciare alla sua vita. Ma resiste. La comune ha le sue vittime, ma ha una forza che la fa sopravvivere". Una grande metafora della vita, anche perché in questa comune danese si consuma il dramma del passaggio del tempo, e c'è una donna intelligente libera sognatrice, che perde la sua battaglia contro la giovinezza e la bellezza: Anna fallisce e deve rinunciare a tutto. Non si tratta, però, di una sconfitta femminile. "È un tema su cui rifletto ogni giorno quando mi guardo allo specchio - ha detto Vinterberg - anche se ho tanti assistenti, che mi aiutano ad apparire come sono". È un'indagine sull'individuo. "Tutto finisce. L'amore, il tempo di ognuno di noi. Ma la vita va avanti". Meglio accettarlo "con il sorriso", magari bevendoci su. Come accadeva nella sua comune.

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