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The Hateful Eight, che bello l'inferno di Tarantino

The Hateful Eight, che bello l'inferno di Tarantino

In sala dal 4 febbraio il film di Tarantino in corsa per 3 Oscar

ROMA, 29 gennaio 2016, 11:32

Francesco Gallo

ANSACheck

Italian premiere of 'The Hateful Eight ' in Rome - RIPRODUZIONE RISERVATA

Italian premiere of  'The Hateful Eight ' in Rome - RIPRODUZIONE RISERVATA
Italian premiere of 'The Hateful Eight ' in Rome - RIPRODUZIONE RISERVATA

E' forse il film più atteso dell'anno, 'The Hateful Eight', l'ottavo film di Quentin Tarantino, e non deluderà. Inizia con un sofferente Cristo in croce sulle note di Ennio Morricone e nel candido paesaggio innevato di Telluride (Colorado) e per epicizzare il tutto, il film è stato girato in pellicola 70 mm e con lenti anamorfiche Panavision, una tecnica utilizzata solo da qualche lungometraggio tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Una specie di lente di ingrandimento per western straordinario in cui tutti sono cattivi e senza pietà, in cui si usa comunemente la parola nigger - solo la punta dell'iceberg di un razzismo diffuso e allargato - e dove non manca un impianto teatrale con risvolti gialli che ricorda i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie.

   Ambientato qualche anno dopo la fine della guerra civile, The Hateful Eight, che arriverà in sala il 4 febbraio con 01,  ha come protagonisti"otto maledetti" viaggiatori bloccati dalla neve presso un emporio, nel cuore del Wyoming. Ci sono il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la sua indomabile e perfida prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). I due sono attesi nella città di Red Rock dove John Ruth, che non a caso si chiama"Il Boia", deve portare all'impiccagione la criminale riscuotendo una taglia di 10.000 dollari. Ma c'è anche il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), anche lui cacciatore di taglie che viaggia con tre cadaveri al seguito (valore 8000 dollari) .

 

C'è poi Oswaldo Mobray (Tim Roth), che si definisce un boia , lavoro di cui teorizza il valore sociale ("l'uomo che tira la leva è razionale"); il mandriano Joe Cage (Michael Madsen), faccia da criminale, ma in viaggio per far visita alla mamma; lo Sceriffo, o aspirante tale, Chris Mannix (Walton Goggins);l'anziano Generale Sanford Smithers (Bruce Dern) e, infine, il messicano Bob (Demián Bichir). Che succede nella locanda, dove alla fine tutto si svolge? Una sinfonia splatter: pestaggi al grido "ti piace il suono di queste campane stronza!" anche troppo bene assorbiti da Daisy; teste spappolate da pallottole; braccia mozzate per liberarsi dalle manette; impiccagione con balletto; spari nelle parti basse; caffè avvelenato e ogni sorta di violenza possibile. E questo in puro stile tarantiniano dove i protagonisti, sempre pronti a tirar fuori la pistola, indugiano in complesse e lucide conversazioni. Si raccontano, raccontano, ripetono sempre le stesse cose e sono anche capaci di ascolto. Sul razzismo, che insieme alle armi è uno dei motivi centrali di quest'ultimo film di Tarantino, due frasi chiave. Quella con il punto di vista del bianco: "Quando i negri hanno paura i bianchi sono al sicuro";  e quella del nero:  "l'unico momento in cui i neri sono al sicuro è quando i bianchi sono disarmati".  ma la frase cult del film in corsa per tre Oscar (Ennio Morricone per le musiche, Jennifer Jason Leigh, attrice non protagonista e Robert Richardson, fotografia) è forse quella finale: "tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i grandi bastardi sono quelli che impiccano".

 

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