La storia di Bruno Galvani

Paraplegico dall'età di 17 anni per un gravissimo infortunio sul lavoro

Sei mesi, da settembre a marzo dell’anno successivo, tanto è durata la mia carriera lavorativa di giovanissimo operaio specializzato, oggi così lontano nel tempo che non mi sforzo neppure di ricordare. Avevo solo 17 anni. Terminata la scuola professionale ed un’estate di divertimenti, a settembre fui assunto da una piccola ditta artigiana nella quale venivano realizzate cisterne per il gasolio (sia per uso domestico che per l’agricoltura) e ringhiere in ferro. Una piccola realtà imprenditoriale che dava lavoro a sette/otto persone, delle quali tre/quattro non ancora maggiorenni.

I più vecchi avevano il compito di insegnarti il mestiere e indicarti quale lavorazione affrontare giornalmente. Più tardi ho capito che anche quel loro modo di rapportarsi con noi giovani, era il classico atteggiamento di chi non vuole rinunciare ad una sorta di “gerarchia aziendale” consolidata dalla maggiore esperienza lavorativa, che verteva più sul dare ordini che su una vera e propria volontà di insegnarti come svolgere al meglio le mansioni assegnateci e magari evitare gli eventuali pericoli che si potevano incontrare durante una giornata lavorativa. Anche questo atteggiamento penso non abbia certo contribuito ad evitare la disgrazia che stava per accadere. Un datore di lavoro (vissuto come “assente”), che si limitava a dirti le priorità lavorative giornaliere o settimanali, quel fatidico giorno mi disse: “Prendi il muletto e sistema nel cortile quelle cisterne” e poi se ne andò. Per chi non lo sapesse il muletto è un “attrezzo a motore” che serve per sollevare e spostare altre cose. Oggi per poterlo usare bisogna aver conseguito una specie di “patente”. Nei primi anni ottanta non so se era così. Io prima non lo avevo sostanzialmente mai usato. Comunque iniziai quel lavoro con il muletto che si muove velocemente nel piazzale di ghiaia antistante la piccola fabbrica e dopo un po’, ed ancora oggi non sarei in grado di dirvi il perché, vidi in alto il cielo che crolla bruscamente sopra di me e in quei brevissimi attimi il senso di pericolo e paura mi attanagliarono la stomaco. Il colpo fu forte (tanto che se ancora oggi mi cade qualcosa di pesante a terra, comincio a sudare) e quello che mi colava sul viso era sangue caldo che inzuppò velocemente una buona parte della mia tuta blu da operaio e cominciò anche a macchiare di rosso la ghiaia sulla quale ero riverso. Sentii di essermi fatto molto male e pensai immediatamente a quanto male avrebbe fatto ai miei genitori il venirlo a sapere. Una fucilata che ti arriva nella schiena e ti lacera le carni e il futuro. Ricordo i colleghi piangenti attorno a me, mentre da lontano si udiva la sirena dell’autoambulanza sempre più vicina. Una lesione alla cute della testa che richiederà quasi cento punti di sutura, una lesione alla colonna vertebrale che richiederà un’operazione di oltre otto ore. Un dolore fisico (e morale) insopportabile. Tanto da pensare che l’unica soluzione potesse essere un altro colpo di arma da fuoco, ma non sparato a tradimento alla schiena. Una voglia di “continuare a morire” non facile da domare, almeno subito e nei primi mesi dopo l’infortunio. Oltre un anno di ospedale per poi sentirsi dire: “Lei non potrà più camminare con le sue gambe, dovrà utilizzare per sempre una sedia a rotelle”(...)

Davanti ad una sentenza di questo genere a diciotto anni, credetemi, in quel momento vorresti che l’incidente ti avesse ucciso, che la tua vita fosse finita in quel maledetto giorno e pensi che non è umanamente accettabile dover vivere per sempre da paralizzato. E tutto per colpa non dico di un incidente in moto, mentre ti stavi divertendo e facevi il pazzo (ed anche questo non potrebbe essere ritenuto comunque, una colpa). No, mentre stavi lavorando per poterti permettere una pizza con gli amici, vestiti nuovi, magari un domani un’auto usata, una vacanza con una ragazza. A queste cose si pensa, e si deve pensare a diciotto anni. Non dover pensare se la vita è “finita” oppure no. Se la tua ragazza ti vorrà ancora oppure se non saprà che farsene di un invalido. Che non potrai più sentire il vento nei capelli. Che i tuoi amici non ti considereranno più quello di prima. Che non avevi mai visto in giro fino a questo momento, dove invece sei contornato da tante altre persone giovani o vecchie nelle tue stesse condizioni fisiche, una sedia a rotelle e pensavi che una cosa del genere potesse toccare solo agli “sfortunati dalla nascita” o agli anziani. Dopo un anno di ospedale realizzi che il tuo datore di lavoro non è mai venuto a trovarti neanche una sola volta e neppure ti ha mandato una lettera. E mentre stai lottando contro i fantasmi dell’anima che te la mangiano ogni giorno, con Dio che non doveva permettere una cosa di questo tipo, con i parenti che tutte le volte che ti vengono a trovare ti dicono, per niente convinti: “Vedrai che ce la farai, tornerai come prima!”, arriva un’altra fucilata, che potrebbe essere il colpo di grazia.

Tuo padre, ancora giovane, muore d’infarto (forse anche causato dal dolore indicibile provato a causa dell’incidente)! Allora oggi come ieri, quando mi chiedono chi è il tuo eroe, l’esempio da seguire, penso a Gandi, Martin Luther King, Dino Zoff, ma poi vorrei sempre dire: la signora Gazzola Nina Rosa, mia madre. Provate voi in soli nove mesi vedere un vostro figlio, il più piccolo, spaccarsi la schiena e subito dopo rimanere vedova. Anche lei ha dovuto subire due fucilate non facili, cosi come mio fratello. Ma forse è vero che quello che non ti ammazza, fortifica… Poi dopo un anno e svariati mesi di ospedale realizzi che lì, in quel posto dove conosci tutti e tutti conoscono quello che sei diventato, quello che ti serve, quello che pensi e soprattutto, dove tanti/tutti sono come te, pensi convintamente che in quel posto lì ci stai “troppo bene” e non vorresti più andartene. Perché andarsene vuole dire dover ricominciare a vivere in quella jungla che poi è la società, confrontarti con le tue paure.

Vuole dire vedere gli occhi delle persone che incontri per la strada che non ti “guardano” o ancora peggio non ti “vedono”. Vuol dire, in seggiola a rotelle, fare una fatica incredibile per percorrere i marciapiedi della città ingombri di biciclette e bidoni della spazzatura. Vuol dire pensare che alla fine dovrai tornare a lavorare da qualche parte e già ti rendi conto che nessuno ti vorrà, perché ti riterranno solamente “un peso sociale”. Vuol dire vedere i cinquanta amici che ogni fine settimana riempivano il tinello di casa, ridursi a quattro o cinque. Ed allora a Dario, Mauro, Marco ed Angelo non dico grazie, ma semplicemente vi voglio bene. Quei pensieri oggi sono purtroppo ancora molto attuali, perché questi problemi li stiamo vivendo ogni giorno. Pensate però quale situazione ci poteva essere nei primissimi anni ottanta per quanto riguarda l’inserimento al lavoro dei diversamente abili, l’abbattimento delle barriere architettoniche, i pregiudizi verso la disabilità. Non nascondo che, soprattutto nei primi anni, è stata veramente dura accettare una sorte di questo tipo, soprattutto se amplificata da una ignoranza atavica. Ma poi le vicende della vita mi hanno portato a credere ancora in me stesso e nelle persone, soprattutto se quelle che incontri sono notevoli. E soprattutto a credere che vale sempre la pena accettare le sfide che la vita ti riserva, perché cadere e poi rialzarsi è una cosa che dà una forte soddisfazione e soprattutto ti dà la voglia di cercare di migliorare questa società che è ancora ben lontana dall’essere la società di tutti. Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di farmi una famiglia, con due figli che mi danno soddisfazioni e preoccupazioni in egual misura, come si verifica in ogni famiglia normale; di aver incontrato familiari acquisiti che non hanno mai detto nulla che potesse ferirmi e che mi hanno accettato da subito, dimostrando di essere persone speciali, ai quali mi legherà per sempre un rispetto sincero. Perché in quei periodi non voglio dire di essere stato un play boy, ma un po’ di donne (malgrado la carrozzina, o forse proprio per quella), le ho avute. Ma ho anche dovuto subire troppe volte frasi come: “attenta che ti stai rovinando la vita, andrai a fare l’infermiera tutta la vita”. Da loro mai nulla di simile. Forse anche perché si chiamano Giuseppe e Maria??

Adesso, dopo tutti questi anni, difficilmente penso alla mia condizione fisica, se non davanti agli ostacoli fisici o psicologici che periodicamente ancora incontro. Oggi mi sembra una cosa normale spostarmi su una seggiola a rotelle (e raramente mi capita di risentire quella assurda ed estraniante sensazione di sdoppiamento. Il periodo successivo al rientro a casa, mi capitava spessissimo di “vedermi” per esempio attraversare una piazza in seggiola a rotelle e di pensare: “ma cazzo, quello lì sono io??”). Non riconoscersi ed accettarsi è veramente una cosa che fa soffrire e che ti angoscia. Ma ancora oggi non mi sembra affatto normale che così tanti giovani (ma non solo loro) escano di casa al mattino per andare a lavorare e guadagnarsi uno stipendio e non tornano più a casa o ci tornano mutilati per sempre.

Lavorare in sicurezza deve essere un diritto e un dovere di tutti. Il mio caso è paradigma di cosa significhi andare a lavorare senza la conoscenza dei rischi che si corrono e nessuno che te li indichi. Non è giusto a diciassette anni (come ad ogni età) vedere la propria vita così pesantemente ferita dal lavoro insicuro. La sicurezza deve essere messa al primo posto nell’organizzazione del lavoro. La vita e la salute vanno messe al primo posto. Fatte queste scelte politiche è ovvio che succederanno ancora gli incidenti sul lavoro (anche se in misura più degna di un paese civile), ed allora sarà moralmente necessario assicurare a queste persone il pieno godimento dei loro diritti basilari: il giusto riconoscimento a livello monetario del danno subito, le cure sanitarie necessarie al massimo recupero e mantenimento fisico, il diritto ad un lavoro adeguato alle limitazioni funzionali conseguite, una piena integrazione sociale. Diritti ormai da tutti ritenuti assolutamente giusti ma che ancora non si stanno affermando e che da formali non diventano mai pienamente sostanziali. Perché è vero che la vita non ha prezzo, ma è altrettanto vero che chi ha pagato un prezzo così elevato al benessere economico della nazione merita più rispetto di quello che ha oggi.

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