Ilva: pm chiede fallimento Riva Fire

Udienza fissata per il prossimo 25 marzo

I pm di Milano Stefano Civardi e Mauro Clerici, titolari dell'inchiesta milanese sulla gestione di Ilva, hanno chiesto il fallimento di Riva Fire, la controllante del gruppo. Per discutere dell'istanza è stata fissata per il prossimo 25 marzo l'udienza davanti ai giudici della sezione fallimentare del Tribunale. Da quanto si è saputo i pm, nella loro istanza, hanno sostento che Riva Fire, che deteneva il 90 per cento di Ilva, una volta perso questo asset, sarebbe rimasta una sorta di scatola 'vuota' praticamente oberata di debiti. In uno dei filoni di indagine sul gruppo Ilva è ipotizzato il reato di bancarotta e sono indagati l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, e alcuni componenti della famiglia Riva, tra cui Adriano, Fabio, Angelo Massimo e Claudio. Alla fine di gennaio 2015 il Tribunale di Milano aveva dichiarato lo stato di insolvenza di Ilva.

 "E' una richiesta del tutto infondata e priva di elementi oggettivi che la supportino. La Società è tranquilla e fiduciosa che il Tribunale respingerà tale richiesta". Lo sottolineano fonti vicine a Riva Fire, nel commentare la notizia diffusa oggi della richiesta di fallimento avanzata nei confronti della società da parte della Procura di Milano.
   

Pm, Riva Fire ha patrimonio negativo per circa 429 mln - Sono i circa 429 milioni di patrimonio netto negativo in capo Riva Fire che hanno indotto la Procura a chiedere l'istanza di fallimento della holding che deteneva il 90 per cento del gruppo Ilva. Tale differenza tra attivo e passivo è emersa dal bilancio al 31 dicembre 2014. L'istanza di fallimento è stata notificata al liquidatore Adrea Rebolino, commercialista di Genova dove la Finanziaria Industriale Riva Emilio (era il patron del gruppo) ha trasferito la sua sede. econdo la ricostruzione dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, i due firmatari dell'istanza di fallimento, Riva Fire è stata alimentata dalle varie realtà industriali sottostanti, tra cui principalmente Ilva tramite un contratto di servizi e assistenza con cui la seconda versava alla prima circa 40 milioni l'anno. Tale contratto però è stato tagliato ai tempi dell'ex commissario Enrico Bondi, il quale ha assunto quei manager della controllante che di fatto svolgevano in Ilva ruoli dirigenziali (su questo capitolo c'è una causa civile in corso a Milano). A ciò si aggiunge la dichiarazione di insolvenza di Ilva e il fatto che da Fire spa, con la sua partecipazione in Alitalia (bad company), non sarebbe arrivato più alcun reddito. Infine le attività non legate all'Ilva e cioè il settore tubi lunghi (lavorazione dai cui deriva il tondino), un 'business' per la famiglia Riva, è stato scorporato dalla Riva Fire per essere trasferito in pancia alla Riva Forni Elettrici. Tutto questo, per i pm, sarebbe la causa dello stato di sofferenza della Finanziaria Industriale Riva Emilio. Inoltre le mosse fatte dalla famiglia per non portare i libri in Tribunale non convincono i due magistrati: da parte di Riva Forni Elettrici è stato promesso di rinviare la riscossione dei crediti per 317 milioni e un finanziamento di 93 milioni mentre la lussemburghese Utia ha assicurato di posticipare la richiesta di crediti per 19 milioni. Per la Procura si tratta di promesse e non di atti formali.

 

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