4 storie vere di coraggio che ti faranno emozionare

Persone comuni come super eroi che, grazie al loro coraggio, riescono a fare cose straordinarie

A volte non serve essere un super eroe per fare cose grandi. Spesso basta semplicemente portare a termine con dedizione e impegno il proprio lavoro. Come hanno fatto i protagonisti di queste 4 storie vere dimostrando un coraggio fuori dal comune. Se hai sempre pensato che fosse impossibile, preparati a cambiare idea. Lo riporta Skuola.net.

UN COMANDANTE, TANTE VITE SALVATE – Il cielo è buio e senza stelle, la pioggia ghiacciata, il vento freddo taglia il viso a settanta chilometri orari. Abbandonati al largo delle coste albanesi, i naufraghi della nave Norman Atlantic stanno sul ponte, disperati, stretti tra le fiamme divampate dal basso e la tempesta che scende forte su di loro. Sono le 23 circa. Il capitano di fregata Maurizio Albini, comandante del reparto elicotteri 101 di stanza a Luni, aveva salutato per telefono la madre poco prima, come già aveva fatto prima di partire per la Libia e l’Afghanistan: "Ciao mamma, parto". Ha 43 anni, e speso la sua vita per la Marina Militare e per le missioni umanitarie nelle quali è impegnata l’Italia. Ma saranno le operazioni di salvataggio di quella notte del 28 dicembre 2014 a restare indimenticabili.
Il traghetto è fermo in mezzo al mare, e lui, che quella domenica si trovava a La Spezia, era stato richiamato d’urgenza: servono le sue competenze per portare in salvo i passeggeri. Giunge sopra il relitto dopo la mezzanotte, e quello che trova sotto di sé è terribile: "La visibilità era ridotta praticamente a zero – racconterà lui stesso – e l’unica cosa che si vedeva era il bagliore delle fiamme. Pioveva, l’elicottero era circondato dal fumo". A pochi centimetri dal picco di carico scorge gli occhi angosciati dei superstiti. Albini deve sincronizzarsi con il rollio della nave, inclinata su un fianco e sottoposta a onde alte quattro metri, e tenere botta alle raffiche improvvise di vento che destabilizzano l’elicottero. C’è anche il pericolo di collisione con altri mezzi intervenuti sul posto.
Il comandante Albini ha le mani salde sui comandi, mantiene l’elicottero fermo sulla perpendicolare per permettere a donne e uomini di venire issati in salvo uno a uno. Salgono i primi due, poi altri fino a raggiungere un gruppo di sette, e si inizia il primo di tanti viaggi verso la nave San Giorgio. Così per 9 lunghissime ore, così per 52 passeggeri, infreddoliti, impauriti. Tutti salvi, grazie a lui e ai suoi ragazzi. "Non mi sento un eroe, ho semplicemente fatto il mio lavoro", dirà ai giornalisti accorsi per incontrare il protagonista di quella notte e conoscere le sue sensazioni. Di coraggio, ma anche di emozione: "Quando uno di loro ci ha ringraziato stringendoci la mano: un gesto semplice che ci ha commosso".

IN VOLO VERSO L’AMERICA - Davide Bottoni ha 29 anni, è un ragazzo normale e come tanti aveva una passione: volare. Ma non su aerei normali. Il suo sogno era quello di pilotare jet da 1250 km/h. Il padre, da bambino, lo portava alla domenica all’aeroporto di Ancona e insieme coprivano i cieli delle Marche a bordo di un Cessna. E lì che scoprì l’ebbrezza del volo. Poi gli studi. Tenta il concorso per l’Accademia Navale di Livorno e supera le selezioni. Cinque anni di sport, attività militari, campi d’addestramento, lezioni universitarie ed estati passate in giro sui mari di Africa ed Europa. Naviga per mesi sul leggendario veliero “Amerigo Vespucci” dormendo anche su amache fatte di tela; salpa su una goletta a vela dalla Norvegia in Olanda e affronta il mare forza sette, con onde più alte di quattro metri. "Esperienze uniche – ricorda – come il cielo stellato in mezzo all’Oceano Atlantico nell’oscurità più totale. Mai viste così tante stelle in vita mia". Decide di provare la carriera come pilota della Marina. Fa un breve corso di preparazione in Italia, quindi va negli Stati Uniti per essere addestrato insieme ai piloti della U.S. Navy. Arriva in Florida, dove ha sede la Primary Flight School, la scuola di volo basico. "Lezioni tutto il giorno, test, simulatori ed infine le prime ore di volo. Inizialmente con l'istruttore, poi da solo". Su un aereo che vale 10 milioni di dollari, su e giù nello spazio aereo americano. "La prima volta, una paura…". Ma tutto va per il verso giusto. Escono i punteggi finali del corso assegnati dalla Marina Americana, solo il 5% dell’intera scuola può proseguire l’addestramento sul jet. Davide è fra questi. "Ero l’unico italiano in mezzo a tutti americani". Si trasferisce in California, dove gli conferiscono le Wings of Gold che lo identificano come pilota navale, torna in North Carolina, dove vive l’esperienza di una portaerei nucleare; infine, dopo quasi tre anni, torna in Italia. Oggi Davide è membro del gruppo di volo tattico della Marina Italiana, vive a Grottaglie, in provincia di Taranto, dove c’è la base aerea della Marina Militare, insieme a sua moglie Carrie, conosciuta in California. È il più giovane fra i vari piloti e continua ad addestrarsi per essere pronto a ogni evenienza. "Nella vita ho attraversato tanti bivi, e sarebbe bastato un nulla per farmi finire da tutt’altra parte, e oggi non sarei qui. Invece è andata bene, e ho realizzato il sogno della vita".

L’ANGELO DEL MARE - "Credo nel lavoro che faccio. Il mio compito è di salvare vite, il maggior numero possibile, e lo faccio con convinzione e al meglio". Catia Pellegrino è stata il comandante della nave Libra della Marina Militare. Per l’esattezza, il primo comandante donna di una nave della Marina Militare, a capo di un equipaggio tutto al maschile. Nella primavera del 2014, a seguito dell’ennesimo e drammatico salvataggio di migranti nel Canale di Sicilia, di lei hanno parlato i giornali, la televisione, la radio. E una fiction della Rai, “La scelta di Catia - 80 miglia a sud di Lampedusa”, ha narrato i difficili mesi della missione Mare Nostrum. La Catia del titolo è lei.
"Lo sforzo della Marina Militare è stato grande, e quello che abbiamo realizzato con Mare Nostrum è sicuramente superiore a quanto si era fatto prima", ha detto a chiunque le chiedesse della sua esperienza. Raccontare i salvataggi è difficile. "Quando ci avviciniamo a queste imbarcazioni il mio compito è quello di essere il comandante: affronto la situazione certamente con un occhio umano ma soprattutto con lo sguardo di chi deve gestire tutto, deve fare in modo che nessuno si faccia male, deve salvare più vite possibili". Le emozioni arrivano dopo, quando tutto è finito. Quando li hai salvati. E per farlo bisogna prima coordinare una motovedetta, tre elicotteri in volo, un aereo, e le decine di mezzi in arrivo una volta individuati i disperati. Di sé dice questo: "Sono Catia Pellegrino, ufficiale, tenente di vascello. Mi sono sempre impegnata e ho sudato per raggiungere gli obiettivi che mi ero posta, e non ho smesso di impegnarmi fino a quando non ho realizzato i miei sogni". Voleva arrivare al vertice, e ha lavorato per avere quello che più di ogni altra cosa desideravo: "Comandare un pattugliatore, nave Libra o una delle altre tre navi gemelle". Su nave Libra gli imbarcati sono stati quasi 3.000.
Alcuni, una volta in salvo, avevano voglia di parlare, di conoscere i loro eroi e raccontargli la loro storia. Altri preferivano il silenzio. Conoscerli è stato conoscere qualcosa in più della vita. Emozionarsi. È capitato anche a Catia Pellegrino, ufficiale, tenente di vascello: "Una volta una mamma mi ha mostrato la sua bambina dicendomi “new baby”, appena nata, e aveva un sorriso talmente sereno, era contenta perché era in salvo a bordo della nave. Mi ha detto: "Grazie, tu ci hai salvato", e sentirlo dire è stato bellissimo".

IL MIRACOLO NELLA TEMPESTA - Il mare infuriava, sembrava impossibile rientrare in porto con quelle condizioni meteorologiche. Le cinque navi pattuglia della Nato avevano raggiunto le coste bulgare del Mar Nero in mattinata. Era prevista la partecipazione a un’esercitazione congiunta con i vascelli degli altri alleati, bulgari, romeni e turchi. Ma la tempesta aveva imposto un cambio di programma e ora impediva il rientro a Varna. Una sola nave, davanti alle iniziali rinunce delle prime della flotta, decide di tentare l’attracco: è l’Aliseo, la fregata italiana al cui comando sta Mario Lauria.
"Dopo una giornata caratterizzata da mare molto forte e mosso – racconta – le due navi che ci precedevano nella formazione hanno scelto di non entrare in porto per le avverse condizioni. Quando è stata la volta di nave Aliseo, abbiamo fatto valutazioni differenti". Per loro quella situazione rappresentava il limite di sicurezza nel rischio, qualcosa dunque per cui erano stati preparati negli anni di formazione accademica. Così, sulle direttive del capitano Lauria, l’attracco avviene con rapidità di manovra, tale da lasciare sorpresi tutti gli osservatori. L’idea era stata semplice e non azzardata: la velocità serviva per evitare un improvviso e ulteriore peggioramento della tempesta.
Le altre unità della Nato, a seguire, hanno preso esempio riconoscendo la solidità della manovra, e hanno compiuto le medesime manovre. Le agenzie di informazione e i giornali locali hanno parlato di “miracolo” ed elogiato gli italiani. Il comandante Lauria, minimizza: "Il mio equipaggio è preparato e altamente addestrato a operare in tutte le condizioni, anche in casi di ormeggio pericoloso". E senza esitazioni.

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