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Amir Issaa, lezione di italiano in Usa a tempo di rap

Interessa nelle università l'Italia multiculturale di oggi

Amir Issaa - AMIR (Bronx Community College NY foto Enrico Rassu) © ANSA
  • Redazione ANSA
  • 22 ottobre 2019
  • 11:01

Amir Issaa, il rapper italo-egiziano di seconda generazione insegna agli studenti nelle università americane. “L’Hip Hop è una musica rivoluzionaria, perché ha dato la possibilità a tante persone di dire quello che pensano. Oggi vi spiegherò come scrivere una canzone rap e lo faremo in italiano e, garantito, ci divertiremo”. Sono queste le parole con cui inizia la sua lezione in un’affollata classe di studenti della San Diego State University. Un’aula in cui ragazzi americani studiano, all’interno del dipartimento di italianistica, lingua e cultura del nostro Paese e che attraverso l’uso del rap approfondiscono il significato delle rime e delle battute, in quello che è a tutti gli effetti un sistema semantico. Ma non solo: ai docenti interessa far conoscere ai ragazzi l’Italia di oggi, non più solo un paese di migranti ma una terra di approdo e di confronto per il multiculturalismo e a tenere lezione chiamano un “italiano di seconda generazione”, uno che quei temi li conosce e che li ha vissuti in prima persona.
Nato e cresciuto a Roma nel quartiere di Torpignattara, Amir Issaa è un quarantenne figlio di un immigrato egiziano e di una donna italiana. Si avvicina all’Hip Hop all’inizio degli anni novanta, ma l’apice della notorietà arriva nel 2012 quando compone la colonna sonora del pluri-premiato film “Scialla!” di Francesco Bruni, entrando in nomination ai David di Donatello e ai Nastri D’Argento. “Fino ad ora – racconta Amir – sono l’unico rapper ad aver calcato il red carpet del Festival del Cinema di Venezia e ad essere ricevuto in una cerimonia ufficiale dal Presidente della Repubblica Italiana”. Le sue doti artistiche si uniscono all’impegno grazie al progetto “Potere alle parole” (beat e rime contro le discriminazioni), un laboratorio di scrittura nato in collaborazione con Unar e l’Associazione “Il Razzismo è una brutta storia” con l’obiettivo di destrutturare, attraverso percorsi educativi musicali nelle scuole, gli stereotipi e i pregiudizi alla base di ogni forma di discriminazione. Non siamo davanti allo stereotipo Rap uguale droga, uguale soldi facili o vita criminale. Le sue canzoni raccontano un’Italia che cambia: la storia e le sensazioni dei tantissimi “italiani di seconda generazione”, nati nel nostro Paese da genitori stranieri o figli di coppie miste, che hanno ormai tagliato i ponti con le terre dei loro avi ma allo stesso tempo si sentono stranieri in casa propria. Sono testi impegnati quelli di Amir e affrontano temi come lo ius soli, l’integrazione, la multiculturalità. A Giugno del 2017 pubblica il suo primo libro “Vivo Per Questo”. Un romanzo autobiografico che racconta l’infanzia e l’adolescenza di quel ragazzino di Tor Pignattara, “la stagione dello skateboard e della breakdance, del writing e dell’inizio del rap .. forse l’ultima in cui non ci si incontrava in rete, ma per strada. In cui assorbivi conoscenze, culture altre, informazioni non con un’occhiata a uno schermo ma toccandole e sentendole raccontare dalla viva voce di qualcuno”... Grazie ai contatti con dei docenti Italiani che insegnano negli Stati Uniti il libro inizia ad essere letto anche dai loro studenti, e a Febbraio del 2018 viene presentato un tour di dieci tappe del rapper in molte università e college tra la costa est e quella ovest, tra cui la New York University, Georgetown University, San Diego State University. A Febbraio del 2019 è ospite del Bronx Community College, del Suny Fashion Institute e Technology , del Manhattan College e di molte altre importanti sedi universitarie. E’ appena rientrato dagli Stati Uniti dove è stato ospite ancora una volta del Department of Languages & Literatures della Denver University, dell’University of Boulder ed il 27 ottobre è a Roma a Kickit, il più importante evento italiano dedicato alla cultura street per presentare un suo nuovo progetto chiamato “Hasib Posse”: un vero e proprio contenitore di ricerca sul writing che, attraverso progetti editoriali, dà voce al lato più autentico di questa cultura. Porta la sua testimonianza ed i ricordi dei tanti viaggi in giro per il mondo a parlare del nostro Paese. “Un ragazzo è un ragazzo ovunque si trova, le difficoltà di un adolescente europeo non sono poi molto diverse da quelle di un suo coetaneo cresciuto negli States – ci dice – Ricordo di quella ragazza, proprio alla San Diego University, che, chiamata a scrivere una sua presentazione a ritmo di rap, disse Mi chiamo Isabella e sono messicana/ma sono nata sulla terra americana/se mi vogliono qui o mi vogliono là/ chissà dove il destino mi porterà/ dando voce all’incertezza di chi come lei non si sente di appartenere integralmente a nessun suolo”. E finalmente anche l’Italia sembra accorgersi della necessità di approfondire le dinamiche e il modus vivendi di quel 17% di adolescenti, figli di genitori stranieri: nel mese di ottobre presso l’Università La Sapienza di Roma Amir Issaa viene ospitato insieme ad Ice One, un altro personaggio storico della scena Hip Hop di Roma, un “Laboratorio di Stili di Vita e Culture Metropolitane” , proprio allo scopo di sensibilizzare gli studenti universitari su questo fenomeno.

 

  • Redazione ANSA
  • 22 ottobre 2019
  • 11:01

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