Ani, metropoli tra Turchia e Armenia

Da secoli in abbandono ma grazie all'Unesco aumentano i turisti

di Federico Del Prete ANI (TURCHIA)

ANI (TURCHIA) - "Lasciatemi vedere Ani prima di morire", chiedeva in una delle sue opere più famose Hovhannez Shiraz, il poeta del popolo armeno. Le rovine di Ani, capitale dell'impero bagratide (l'antica Armenia) dopo un millennio resistono pochi metri oltre il confine ma non sono raggiungibili: la frontiera tra Turchia e Armenia è ancora chiusa e anche i flebili sforzi diplomatici degli anni scorsi sembrano essersi arenati. È la conseguenza più concreta del genocidio armeno di un secolo fa, quando i turchi deportarono a morte dall'est dell'Anatolia oltre un milione di persone. Anche il padre di Hovhannez fu ucciso dai turchi, nel 1920, durante la guerra di invasione dell'Armenia. E così Ani, il simbolo della grandezza armena, per decenni è rimasta dimenticata nella desolata steppa della Turchia orientale. Un sito archeologico di importanza straordinaria, che in silenzio ha combattuto contro l'oblio, mantenendo in piedi i suoi monumenti più importanti. Nel 2016 è arrivata la possibile svolta: Ani, "la città delle 1.001 chiese", "la culla della civiltà", "la città del mondo", a seconda del soprannome che si preferisce, è stata inserita nella lista dei patrimoni Unesco per l'umanità. Il risultato è un boom di visitatori e turisti.
    Nei primi sei mesi del 2019 sono arrivati in 70mila, in un trend in continua crescita: sono numeri importanti perché arrivare fino al confine con l'Armenia, a 50 chilometri dalla prima città degna di questo nome - Kars - non è per tutti, ma regala un'esperienza indimenticabile.
    Ani sorge sull'ultimo lembo di terra turco e una parte degli scavi sconfina in territorio armeno (i due Stati sono divisi solo da un fiume). Intorno, in sostanza, non c'è nulla. La steppa è una pianura senza fine, interrotta da piccoli villaggi, campi coltivati, mandrie di mucche e soprattutto oche, la specialità del menu del luogo, che passano la giornata attraversando la strada. Via che si interrompe di fronte alle mura della città, ricostruite e decisamente poco affascinanti.
    Dietro, però, si apre una visione così insolita che non può lasciare indifferenti. Ani, un insediamento antico tremila anni, ha attraversato almeno una decina di imperi e ha vissuto il suo periodo più felice durante il periodo armeno, tra il 961 e il 1046, e quello bizantino (1046-1064), prima di cadere in mano araba. La città era una tappa fondamentale sulla via della Seta e proprio il mutare degli itinerari ne determinò il declino in un paio di secoli. Da allora la città è rimasta immutata. E così dietro le mura, a distanza di centinaia di metri l'una dall'altra, sono rimasti in piedi i monumenti di una capitale che doveva essere immensa e brulicante di persone (gli abitanti superarono quota 100mila).
    Le chiese armene sono le più affascinanti. La cattedrale, disegnata da Trdat, il più importante architetto armeno dell'epoca, e conclusa nel 1001, con la sua affascinante cupola crollata che dà verso il cielo. La chiesa di san Gregorio, dove le decorazioni sembrano essere state completate ieri e gli affreschi raccontano la vita dei santi cari alla chiesa ortodossa. E soprattutto, la chiesa del Redentore, che è diventata il simbolo della città: datata 1035, la sua forma circolare, con otto absidi all'interno, la rende assolutamente unica e indimenticabile. Nel 1955 un fulmine l'ha aperta in due, facendone crollare una metà, mostrando la fragilità di questo sito che da mille anni convive, e resiste, all'avanzare della natura e del tempo.
   

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