Carrère, Il regno, la religione, l'io

Riflessione su nuovo Testamento si intreccia con autobiografia

    (ANSA) - ROMA, 30 MAR - EMMANUEL CARRERE, 'IL REGNO' (Adelphi, PAG. 428, EURO 22,00).
    I libri, scrive Emmanuel Carrere, sono come la droga. Ma una droga da cui non viene l'oblio. Nei libri che il grande autore francese legge, sicuramente trova le vite degli altri, vite che lui riesce sempre a vivere, leggendo, con maggiore intensità della sua. Ma poi, quando da lettore si trasforma in scrittore, quando è lui a raccontare le vite degli altri, queste vite si intrecciano ossessivamente con la sua, e più raramente, come ne Il regno, è l'io a prendere l'assoluto sopravvento. Libro autobiografico per definizione, Il regno, è l'ennesima prova di questo straordinario scrittore, spesso in bilico tra narrazione e saggistica. Qui si lascia andare alla riflessione esistenziale. (''Rileggo oggi i miei quaderni, salto queste riflessioni teologiche, che allora mi sembravano tanto importanti, come nei romanzi di Jules Verne si saltano le descrizioni geografiche. Quello che m'interessa, e spesso mi lascia sbigottito, è ovviamente ciò che dico di me''). Non c'è un genere definito in cui racchiudere l'opera di Carrere, anche se a volte la narrazione sembra prevalere, il racconto in prima persona o le digressioni saggistiche sono sempre in agguato. La sua è sempre una riflessione personale, che è anche riflessione generazionale. Ed è uno degli elementi forti del suo fascino. Non ci sono aspetti della realtà o dell'inconscio che non possano meritare di venire esplorati. E la mancanza di giudizio, anche di fronte al male estremo, è una delle sue interessanti caratteristiche. Qui il punto di partenza è il rapporto con la religione in una rilettura del Nuovo Testamento. Anzi, e sarebbe troppo semplice, il punto di partenza del libro è il momento in cui, da ateo, torna indietro ad esplorare i giorni della crisi mistica che lo aveva colto anni prima, e che ha dato vita a 27 quaderni rilegati che ritrova in uno sgabuzzino, ed esamina minuziosamente commentandoli come fossero un testo scritto da altri. La tessitura insomma questa volta è dichiaratamente autobiografica, ma con il presupposto della presa di distanza del tempo e soprattutto del punto di vista che è completamente cambiato. L'autore va alla riscoperta di un altro da sé che non c'è più interrogandosi dei motivi della sua multipla mutazione. ''Vent'anni dopo io e Hervè camminiamo ancora insieme, sugli stessi sentieri, e i nostri discorsi girano sempre intorno agli stessi argomenti. Quella che prima chiamavamo preghiera ora la chiamiamo meditazione, ma la montagna a cui siamo diretti è sempre la stessa, e mi sembra sempre altrettanto lontana''. (ANSA).
   

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