Moda

Chi ha inventato i mocassini? Gucci o..., questa ed altre storie di accessori di moda maschile

Un libro sui dettagli che fanno la differenza

Loafer (mocassini) di Wildsmith Shoes di Londra © Ansa
  • Redazione ANSA
  • 10 maggio 2022
  • 19:58

L’abbigliamento maschile è piuttosto immutabile, se lo si mette a confronto con quello femminile, almeno secondo un concetto classico. Sono gli accessori a fare la differenza, Dettagli , come il titolo del libro di Josh Sims tradotto in Italia per Luxury Books (in libreria dal 14 aprile). Ciascuno di questi oggetti ha contribuito a plasmare la moda maschile contemporanea. Gli stivali da motociclista, ad esempio, devono le loro peculiarità stilistiche agli stivali rinforzati che venivano utilizzati dai lavoratori e dagli ingegneri protagonisti della rivoluzione industriale americana molto prima che Marlon Brando e James Dean li rendessero un baluardo dello stile anni Cinquanta. Gli stivali da cow-boy invece, che noi conosciamo grazie ai numerosi film western americani che hanno iniziato ad avere successo negli anni ’30 del secolo scorso, oggi vengono percepiti perlopiù come una forma d’arte popolare, rococò, vintage. La loro funzione in origine era innanzitutto di tipo pratico: la forma, i tacchi e il materiale utilizzato serviva a uomini e donne per cavalcare in agilità, senza che le scarpe affondassero o scivolassero via dalla staffa.
Le origini del berretto da baseball possono essere fatte risalire ai cappelli dei New York Knickerbockers: loro li indossavano addirittura nel 1849… e allora erano di paglia! La sua “nascita moderna” infatti risale al 1958, quando le federazioni di baseball stabilirono dei canoni stilistici univoci per i loro giocatori: in sostanza, una corona bombata e aderente di spesso tessuto di cotone o di lana, composta da sei pannelli cuciti tra di loro e sulla cui sommità è cucito un bottone, noto come “squatchee”, e con visiera impunturata ampia e ricurva
Che dire poi della bandana? L’associazione che la lega ai caratteri ribelli, ai lupi solitari e ai rivoluzionari ebbe origine nientemeno che nel Settecento quando i Calico Acts del 1700 e del 1702 avevano bandito in Inghilterra le importazioni di tessuti di cotone e ne avevano limitato l’utilizzo, finendo così ad attribuire il marchio del ribelle a chi continuava a indossarla.
John Sims racconta le storie che si celano dietro i moderni accessori maschili: la loro eredità, il loro design, le star che li hanno indossati rendendoli famosi e molto altro.
Sono proprio le piccole cose nell’immagine sartoriale di una persona a fare la differenza. Sono i dettagli – o meglio gli accessori, come l’industria della moda preferisce chiamarli – che veicolano l’idea di unicità. Un completo da uomo, per quanto di ottimo taglio, non si distinguerà da qualunque altro a meno che la cravatta o la pochette giusta non aggiungano temperamento; una camicia classica non ha in sé nulla di eccezionale, sono caso mai i gemelli a renderla diversa dalle altre. Gli indumenti si possono considerare come una tela su cui viene dipinto un quadro con tutti i suoi dettagli.
Spesso si tratta di oggetti di per sé insignificanti, come ad esempio una striscia di cuoio che altro non è che una cintura. La sua importanza però va oltre alla rappresentazione, una fibbia può valere più di mille parole. Ciò che conta è che la scelta sia personale. È proprio sul concetto di personalità che si gioca una partita decisiva: gli accessori, utilizzati in un modo piuttosto che in un altro, contribuiscono a far esprimere un uomo.
Frank Sinatra ad esempio affermava che l’angolo di inclinazione di una fedora denota il modo di atteggiarsi di chi lo indossa; Fred Astaire utilizzava talvolta una cravatta al posto della cintura, mentre il duca di Windsor inventò un suo personale modo di annodare la cravatta. E poi ancora dagli orologi al fazzoletto da tasca, passando poi anche per l’intimo e gli accessori di grande utilità quali la penna stilografica, gli occhiali da sole e l’ombrello.
Dal libro Dettagli di John Sims (Luxury Books) ecco un estratto dal capitolo sulle scarpe, dedicato ai mocassini: 
Nel 1987 il primo ministro canadese Brian Mulroney si trovò ad affrontare quello che i quotidiani soprannominarono “Gucci-gate”. Non si trattava di un caso di corruzione, ma il semplice fatto che Mulroney possedesse qualcosa come 50 paia di mocassini di Gucci fu sufficiente a bollarlo come uomo politico che aveva perso del tutto i contatti con l’elettore medio. A quell’epoca, i mocassini di Gucci erano simbolo di successo o oggetto di desiderio già da oltre 30 anni. Nel 1953, al momento dell’apertura della sua prima filiale americana, l’azienda di pelletteria Gucci si rese conto che i mocassini godevano di un’enorme popolarità negli Stati Uniti e decise quindi di crearne una propria versione, di stile più italiano. Li rese più affusolati, con la punta a forma di mandorla. Sulla tomaia aggiunse un morsetto, chiaro riferimento alle origini dell’azienda, che era nata come selleria, e li realizzò in pregiata pelle di vitello. Ma la scelta vincente fu probabilmente quella di proporli di colore nero. Fino ad allora i mocassini reperibili in commercio erano per lo più di colore marrone e in un’epoca in cui l’abbigliamento da ufficio prevedeva ancora l’abbinamento con scarpe nere, questo ne faceva le scarpe casual per antonomasia. Gucci reinventò i mocassini trasformandoli in scarpe formali ed eleganti, un’immagine che si consolidò ulteriormente allorché divi del calibro di Fred Astaire e Clark Gable iniziarono a indossarli. Nel 1985 i mocassini approdarono nella collezione permanente del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York.
La maison Gucci ovviamente non è stata la prima azienda a sancire la popolarità dei mocassini. Questo merito spetta verosimilmente a Raymond Lewis Wildsmith, della Wildsmith Shoes di Londra, al quale nel 1926 re Giorgio VI commissionò la realizzazione di scarpe comode e senza lacci da indossare nella sua residenza di campagna. Wildsmith si attenne alle indicazioni ricevute, creando di fatto il primo modello di scarpe da uomo senza lacci, che successivamente entrò a far parte della sua collezione con il nome di 582, poi ribattezzato Modello 98.
Il berretto da baseball : noto come “modello Chicago”, con sommità piatta, basso e di taglio diritto, talvolta con motivi circolari orizzontali. Questo modello non si diffuse molto, ma venne utilizzato dai Philadelphia Athletics, che gli attribuirono una lunga serie di successi sportivi ottenuti tra il 1909 e il 1914. Per una decina d’anni, a partire dal 1976, il berretto da baseball fu poi il copricapo portafortuna anche dei Pittsburgh Pirates. Alcune squadre amavano introdurre modifiche personalizzate, per esempio pannelli bicolori o cordoncini, come segno distintivo. Altre, come i New York Yankees, i Boston Red Sox e i St. Louis Cardinals, hanno invece mantenuto quasi inalterati i loro berretti, che finirono così col diventare degli autentici classici. Nel corso del ventesimo secolo solo minime variazioni al design di base del berretto da baseball hanno di fatto attecchito. Nel 1901 i Detroit Tigers furono i primi ad adibire la parte anteriore del berretto da baseball a sede dell’emblema della loro squadra, una tigre arancione; quest’idea fu ripresa più avanti da enti, aziende e pubblicitari di ogni sorta, ma non dai St. Louis Browns, che fino al 1945 rifuggirono da qualsiasi tipo di logo. Nel 1903, in parte nel tentativo di far sì che i suoi berretti da baseball sembrassero di qualità più elevata, l’azienda produttrice di articoli sportivi Spalding introdusse un berretto con visiera impunturata, il cosiddetto “modello Philadelphia”, che ebbe molto successo e definì il nuovo standard. Negli anni Quaranta l’uso della tela rigida per la produzione delle visiere fu progressivamente accantonato a favore della gomma di lattice, il che significò la possibilità di realizzare visiere più lunghe. Il berretto era anche destinato a crescere in altezza. Il produttore New Era di New York, dal 1934 fornitore di squadre di baseball della Major League, nel 1954 lanciò sul mercato il modello 59Fifty, sostanzialmente un berretto standard ma con corona più alta e più rigida, che successivamente venne realizzato in materiale acrilico traspirante. Questo sarebbe poi diventato il modello ufficiale adottato dalla lega professionistica. Quando negli anni Sessanta il dress code divenne meno formale, i tifosi di baseball iniziarono a indossare il berretto della loro squadra del cuore quando andavano allo stadio: fu il primo passo verso l’ingresso del berretto da baseball fra le tendenze dominanti della moda maschile. Indossare un certo berretto era una manifestazione di lealtà non solo nei confronti di una squadra, ma anche nei confronti della propria città e della propria comunità. Un chiaro esempio di ciò fu l’empatia che determinò un’ampia diffusione dei berretti della squadra di baseball di New York anche al di fuori della città dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center del settembre 2001. Utilizzato dagli sportivi di molte altre discipline, il berretto da baseball è talmente comodo e pratico che è stato adottato anche da agricoltori, camionisti (il loro di solito include una sezione a rete nella parte posteriore) e lavoratori manuali, divenendo così un’icona dello stile urbano

  • Redazione ANSA
  • 10 maggio 2022
  • 19:58

Condividi la notizia

Vai al Canale: ANSA2030
Modifica consenso Cookie