Moda

Dal chiodo alla minigonna, la storia degli Stili Ribelli

Oggetti cult della controcultura raccontati dai protagonisti in una serie su Sky Arte

Jesse Hector The Hammersmith Gorillas courtesy Sky Arte Stili Ribelli © Ansa
  • Redazione ANSA
  • 06 maggio 2020
  • 10:54

Le scene creative giovanili che si sono sviluppate al di fuori della cultura mainstream hanno svolto un ruolo importante nell‘immaginario del ‘900, un secolo di esplosione di stili e iconografie ribelli. Ci sono capi di abbigliamento ed accessori specifici che hanno visto mutare il loro significato nel corso del tempo, sono diventati icona di un movimento preciso fino a divenire veri e propri capi cult. “Tutti i divoratori di musica sanno che ad ogni genere musicale corrisponde un’identità visiva ben precisa! Come me tante persone sono cresciute ascoltando i Beatles o Elvis e poi sono stati folgorate dal punk – dice Lara Rongoni autrice del documentario in sei puntate Stili Ribelli in onda su Sky Arte dal 6 maggio con due episodi tutti i mercoledì dalle 21.15, prodotto da Kinè società cooperativa - Ogni controcultura musicale di generazione in generazione ha avuto le proprie icone e la propria estetica di riferimento. I mods indossavano il parka o dr. Martens, gli skinheads le bretelle, i punk il chiodo! Esistono capi che sono stati simbolo di una controcultura e di alcune rivoluzioni sociali, “Stili Ribelli” si rivolge, innanzitutto a nerd come me, e a tutti quei curiosi di moda, di cinema e soprattutto di musica che vogliono scoprirne la loro storia”.

Il chiodo, gli occhiali da sole, la minigonna, le bretelle, gli stivali e l’impermeabile sono i 6 oggetti cult di cui si ripercorre la storia culturale e non solo ma anche come è stato portato alla ribalta e a quali icone di stile è associato. Materiali d'archivio e critici musicali, esperti di moda, musicisti e celebrità svelano curiosità e aneddoti. A d esempio sul chiodo, la giacca corta di pelle ancora oggi un must have degli armadi per ogni stagione, la musicista Suzi Quatro racconta di quando 18enne, guardando il famoso 'come-back special' di Elvis Presley si innamora della giacca in pelle del Re del Rock and Roll. «Ho comprato una giacca di pelle il giorno dopo, la mia prima». Quanto agli occhiali da sole, il fumettista e regista Igort dice: "Gli occhiali da sole erano obbligatori, scuri, quasi come quelli dei ciechi. Li dovevi portare sia di giorno che di notte, dice Igort. Lou Reed era l’emblema di questo", mentre lo storico del costume Matteo Guarnaccia ci fa riflettere sulla sua capacità d’uso dell’occhiale da sole di escluderti dal mondo. Questo è quello che interessa le sub-culture, cioè, questo senso di distanza che è importante, soprattutto nelle sub-culture legate al jazz quando la coolness, cioè il distacco, il sentirsi in qualche modo imperscrutabili, inattaccabile da qualsiasi cosa accade intorno a sé è fondamentale. Sulla minigonna simbolo di libertà ed emancipazione si è detto tanto. Lo scrittore Paul Gorman parla dell’emancipazione della donna. L’aumentare del loro potere economico permette alle donne di non lasciare gli studi per sposarsi. Lavorano, diventavano segretarie, a volte facevano addirittura carriera conquistando posizioni di potere all’interno delle società, proprio come Mary Quant, che dirigeva la propria azienda, era qualcuno, una figura a cui aspirare. Come Twiggy, una modella diventata una star mondiale.
Meno nota la storia delle bretelle, la ripercorre in un episodio lo storico del vintage Sam Knee: "gli skinhead portavano le bretelle, e tutti lo sanno, ma anche i mod le portavano e puoi vedere degli scatti che risalgono alla metà degli anni ’60 con alcuni ragazzi mod che le mostravano, sopra una camicia tipo, piuttosto sfacciatamente.  In questo periodo anche il movimento skinhead fu rivoluzionario. Rappresentò l’inizio di uno stile multiculturale nel Regno Unito: la scena Skinhead fu la prima scena multiculturale in Inghilterra. C’erano gli skinhead bianchi - stiamo parlando di anni che vanno dal '67, fino al '69 e al '70 in questo caso - skinhead bianchi della working class a cui piaceva mescolarsi con i ragazzi indiani che si stavano stabilendo in zone come Brixton, Lambeth e altri quartieri di Londra, e nelle altre grandi città, che portavano con sé la loro musica dalla Giamaica o dall’India occidentale: lo ska, il rock steady, il primo reggae, c’era molta contaminazione. Tony Face Bacciocchi racconta di come le bretelle dei rude nella Giamaica degli anni Sessanta si siano iniziati a portare a loro volta in Inghilterra con le emigrazioni. Riprese dagli skinhead che ne hanno fatto poi un capo d’abbigliamento abituale.
E poi gli stivali: lo scrittore Paul Gorman racconta della “Beatles Mania” nel 1964, 1963-1964. Astrid Kirchherr, fu lei a suggerire ai Beatles di sbarazzarsi dei ciuffi da Teddy Boys, che a quel punto iniziavano a essere fuori moda, e di tagliarsi i capelli e di portarli in avanti in stile rive gauche, come i beatnik. Quando i Beatles tornarono in Gran Bretagna, e a Liverpool, Brian Epstein divenne il loro manager, e gli consigliò di indossare dei completi e quelli che sarebbero poi diventati noti come Beatles boots (stivaletti alla Beatles), i “baba boots” (Chelsea boots), degli stivaletti con una fascia elastica laterale che si vendevano da Anello&Davide in Charing Cross Road.
Il bassista dei Sex Pistols Glen Matlock racconta dei suoi primi stivali. «Quelli con la zeppa credo dovrebbero venir banditi. C'è questa strofa in una canzone dei Sex Pistols, è la b-side di Anarchy In the UK, “I Wanna be Me”, si chiama, e John fa: “platform booooots”, proprio come dire di una roba veramente terribile. C'erano degli stivali con la zeppa... però… altri non erano male in fondo».
Infine l'impermeabile:  il trench non sarebbe parte dell’immaginario collettivo se non fosse stato indossato da icone immortali del cinema in particolare della Hollywood classica degli anni ‘30, tra cui Humprey Bogart che lo rende immortale in Casablanca. Un capo che potremmo definire unisex sebbene ci siano diversi modi di indossarlo come la Hepburn o Greta Garbo che lo indossano col bavero alzato. O come sempre la Hepburn in Colazione da Tiffany, nella scena finale sotto la pioggia, la scena del bacio rimasta nella storia del cinema ha fatto la storia del cinema. Il capo sartoriale - racconta la storica della moda Silvia Vacirca è senza dubbio legato anche a un’immagine di mascolinità cool. Si pensi a Michael Caine, l’attore indissolubilmente legato al trench. Pensare a Michael Caine significa quasi immaginarlo probabilmente in trench. Ma anche Steve Mc Queen; c’è un film che è iconico per il fatto che Mc Queen indossa l’impermeabile in numerose scene di azione. Get Carter ha conferito all’impermeabile una funzione ben precisa, cioè l’idea del genere gangster in cui a fare il cattivo è l’abito. L'impermeabile è diventato anche parka. Spiega il cantante degli The Hammersmith Gorillas Jesse Hector  come la moda del Parka, sia nata dall’esigenza di restare al caldo. I Parka erano stati pensati per lo scooter. I ragazzi che andavano in scooter li mettevano. Non erano parte integrante dei capi di moda che indossavano. I mod vestivano con abiti e vestiti smart, il parka era funzionale allo scooter, per tenersi al riparo. Il Parka non faceva parte del dresscode del mod; lo era in quanto i mod sfoggiavano in scooter.

 




 

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  • 06 maggio 2020
  • 10:54

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