Silvia Resta, Il giornalista partigiano

Conversazioni con Massimo Rendina, cronista libero

(di Marzia Apice) (ANSA) - ROMA, 21 APR - SILVIA RESTA, IL GIORNALISTA PARTIGIANO. CONVERSAZIONI SUL GIORNALISMO CON MASSIMO RENDINA (All Around, pp.160, 15 euro) "Sentivo un dovere dentro di me, quello di combattere. Era come un'energia che mi attraversava. Così da un giorno all'altro sono diventato partigiano". E' probabilmente l'assoluta incapacità di restare indifferente al mondo attorno a lui il principale tratto distintivo del carattere di Massimo Rendina, partigiano e giornalista, nato a Venezia nel 1920 e scomparso a Roma nel 2015, per tutta la vita impegnato a lottare per la libertà. Di lui Silvia Resta offre un rigoroso e appassionato ritratto ne "Il giornalista partigiano", edito da All Around, libro che raccoglie alcune conversazioni intercorse tra la giornalista e Rendina nel 2011.
    Coraggioso, indipendente e capace di raccontare i fatti con lucidità, rimanendo inflessibile di fronte al potere; disubbidiente alla politica e, per questo, punito: era questo "Max il giornalista" (il suo nome negli anni della Resistenza) che da partigiano, ogni volta che dopo un'azione con i compagni riusciva a liberare una città o un paese, in tempi record pensava a mettere in piedi un giornale perché una nuova comunità "aveva bisogno di un giornalismo finalmente indipendente".
    Proprio nell'esperienza partigiana si rinsaldano i principi su cui ha basato la sua professione, che rimandano a un'informazione trasparente e partecipata dai cittadini, quella che sarebbe dovuta nascere con la Liberazione - vero bene comune, un "pane" per la democrazia, caratterizzata da un linguaggio più semplice e aperto - e che forse non si è mai realizzata del tutto. "Il problema dei tempi attuali è proprio la mancanza di partecipazione dei cittadini alla Cosa pubblica, che fa il paio con la mancanza di una libera informazione", diceva riferendosi al nostro presente Rendina, che dopo la lotta partigiana scelse di proseguire sulla strada del giornalismo, prima sulla carta stampata e poi in Rai, in radio all'inizio e successivamente in tv: qui diresse nel '56 il primo telegiornale e fu allontanato perché accusato di essere comunista.
    Nelle conversazioni riportate da Resta, Rendina racconta molto più di se stesso: dalle sue parole, così personali, l'orizzonte si allarga per arrivare a narrare un Paese intero e la sua mentalità, i passi falsi della sua classe dirigente, la strada percorsa dai mezzi di informazione e dai suoi protagonisti, alcuni a volte legati ai giochi opachi del potere.
    Ci sono i fatti, che Rendina racconta combattendo i vuoti di memoria, ma ci sono anche i nomi, tanti, di ieri e di oggi. E in un lampo, pagina dopo pagina, ecco che si arriva ai nostri tempi, così complessi e nebulosi. Tempi in cui la politica si è indebolita e con essa anche il giornalismo, divenuto meno credibile agli occhi dell'opinione pubblica. "Nei nostri dialoghi (ma era lui che parlava, io mi limitavo a sollecitarlo, a fare brevi domande) abbiamo attraversato quasi un secolo di storia: dal fascismo alla guerra partigiana alla sua esperienza in Rai (lui, primo direttore del telegiornale, da cui fu cacciato con l'accusa di essere "comunista"), dalla tivvù bianco e nero al colore, dalla Democrazia cristiana a tangentopoli al ventennio del berlusconismo, con un filo che cuciva, che attraversava tutto: la funzione del giornalismo, ingrediente della democrazia, mestiere bellissimo che - diceva Rendina - si può fare solo nel pubblico interesse dei cittadini", scrive Silvia Resta.
    Alla giornalista il merito di aver ordinato, con rigore e passione, le memorie di un uomo (bellissimo anche il materiale fotografico alla fine del libro) che è stato un testimone del suo tempo lucido e partecipe, il cui contributo alla storia della Liberazione e a quella del giornalismo italiano non può e non deve essere dimenticato. (ANSA).
   

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