di Nicole Di Giulio e Antonella Spinelli
ANSA MagazineaMag #78
Le radiazioni continuano a uccidere

Chernobyl, l'incubo 30 anni fa

Chernobyl, 30 anni fa: il 26 aprile 1986 l'esplosione del reattore numero 4 della centrale nel nord dell'Ucraina provocò la catastrofe nucleare più grave della storia. A distanza di tre decenni poco è cambiato. Il materiale radioattivo non è mai stato rimosso e le radiazioni, che continuano a disperdersi nell'ambiente circostante, uccidono ancora oggi. In pochi hanno visto con i loro occhi che volto ha la minaccia nucleare. Ormai in pochissimi possono descriverla.

L'uomo che si è calato nell'inferno

Chernobyl

Con i suoi occhi ha visto da vicino l’inferno nucleare, con la telecamera lo ha immortalato. Sergey Koshelev è stato tra i pochi a entrare all’interno del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, esploso nella notte del 26 aprile del 1986. Lo incontriamo nella sua casa, nelle campagne che circondano Slavutich, città fondata dopo il disastro per ospitare gli sfollati di Prjpyat, il centro abitato all’epoca più vicino all’impianto nucleare.

Sergey è molto timido, porta occhiali scuri che sembrano proteggerlo dal mondo esterno; accarezza i suoi cani e il suo gatto nero e lentamente, dopo aver preso un po’ di confidenza con noi, inizia a raccontare.  Quest’uomo ha sfiorato più volte il pericolo estremo, quello nucleare, che non ha odore né colore. Una minaccia subdola e letale che ha lasciato i suoi segni nelle riprese fatte da Sergey. Si presenta sotto forma di puntini bianchi e stringhe gialle impressi sulla pellicola, accompagnati dal ticchettio del dosimetro che si fa sempre più veloce quanto più è alto il livello delle radiazioni. “Nel 1986 stavo finendo il servizio militare nel corpo degli ingegneri a Korolev, vicino Mosca. Era un momento strano della mia vita, un periodo di passaggio. Avevo appena divorziato e così, quando chiesero dei volontari per andare a Chernobyl, decisi di andare. Eravamo io e un altro ragazzo. Lui partì qualche mese prima e una volta lì mi rassicurò dicendomi che ormai era tutto tranquillo e che la paga era buona. Così feci le valigie e via.”

Sergey non sapeva che la sua vita sarebbe stata per sempre legata a Chernobyl, dove arrivò nel maggio del 1987. “Già un anno dopo, il collega che mi aveva preceduto era morto. Si era impiccato, lasciando scritte poche parole su un foglio di carta: «Non posso più sopportarlo»”. Quel giovane non riusciva più a vivere con i fortissimi mal di testa che lo accompagnavano ininterrottamente ormai da quando, per la prima volta, aveva messo i piedi sul tetto del reattore. Nonostante avesse spesso lamentato ai medici il suo malessere, nessuno lo aveva ascoltato. “La sua salute – secondo i dottori – era perfetta. Era infatti proibito anche solo parlare di patologie associate a Chernobyl”. Questo però non fermò Sergey che, anzi, arrivò alla centrale vestito come tutti i giorni. Non indossava tute protettive né guanti; non sapeva dove andare né quale sarebbe stata la sua mansione.

Nel caos dettato dall’emergenza, in mezzo a uomini arrivati da tutta l’Unione Sovietica, regnava l’imprevisto e l’imprevedibile. Così Sergey fu catapultato in un settore per lui sconosciuto, ma sicuramente affascinante, diventando video-operatore. Documentare quello che l’atomo aveva provocato: era questo il suo compito e per farlo sarebbe dovuto entrare nel reattore esploso.  Nel 1988 fu mandato, per la prima volta, nel cuore di quel luogo che ha cambiato per sempre la vita di milioni di persone. Fu uno dei primi, insieme al collega Alexey Nenagliadov, a riprendere e fotografare l’unità 4. “Ricordo il panico, la prima volta che entrai. Tutto il mio corpo iniziò a tremare, sentivo un caldo incredibile venire dal pavimento. Come se uscisse dall’inferno. Allora mi dissero: «Hai 200 Röntgen all’ora sotto ai tuoi piedi»”. Dosi altissime di radiazioni considerando che, in base alle tabelle internazionali, assorbire 250 Röntgen è sufficiente a uccidere, nel 50 per cento dei casi, una persona.

“Lì dentro non c’era spazio per le emozioni, dovevi solo fare il tuo lavoro nel minor tempo possibile. E dovevi farlo spesso anche gattonando, in mezzo al corium – il fluido nucleare fuoriscuscito dal nucleo, ora solidificato – che travolse come lava tutto quello che c’era nell’unità 4”. Un lavoro delicato che Sergey ha fatto per anni, mentre vedeva morire – uno dopo l’altro – i suoi colleghi. Tra questi anche il suo amico Alexey Nenagliadov, ucciso da radionucludi come cesio 137, stronzio 90 e plutonio. La paura più grande di Sergey però si materializzò quando, durante una delle sue missioni, restò solo dentro al reattore. “Mi ero fermato per fare delle riprese a delle stalattiti che si erano formate con la solidificazione del fluido nucleare; così non mi sono accorto che i miei colleghi si erano allontanati. A un certo punto si fece tutto buio perché si era improvvisamente spenta la batteria della telecamera. Ancora oggi non so come ho fatto a trovare la via d'uscita, mi muovevo a fatica tra i detriti, cadevo, sbattevo la testa... Sono stati degli attimi terrificanti”.


Sergey nel reattore a caccia di radiazioni con il contatore geiger


Amare un biorobot

Chernobyl

Sergey negli anni ha iniziato a conoscere le radiazioni e, lentamente, il suo legame con Chernobyl si è fatto sempre più forte. La sua seconda vita è associata a questi luoghi dove si è risposato e ha avuto una figlia. “Dopo il collasso dell’Unione Sovietica mi dissero che dovevo andarmene perché ero russo. Ma io volevo restare qui, ormai era la mia unica casa”.

Luda, la moglie, gli è sempre stata vicino. Lo ha sostenuto e capito, ha avuto paura per lui, ma non lo ha mai abbandonato. Un amore difficile, accompagnato dal timore costante di poter perdere il proprio compagno. Seduta vicino a Sergey, Luda parla con tono pacato: “Ogni volta che andava in missione dentro al reattore avevo paura. Lo aspettavo e pensavo alle radiazioni. Sapevo che Sergey seguiva nel dettaglio le regole e che rimaneva all’interno dell’unità 4 solo il tempo necessario a terminare il lavoro. Ma la paura era tanta”. Una paura che in un’occasione si è trasformata in panico.

“Una volta Sergey è tornato a casa con il collo e la schiena coperti dalle polveri radioattive. Mi diceva di stare calma, di non avere paura. Aveva provato a pulire il suo corpo già alla centrale, ma non c’era riuscito. Io presi il dosimetro che tenevamo a casa, lo passai vicino al suo collo e in quel momento mi accorsi che era totalmente contaminato”. Luda racconta quei momenti mantenendo il controllo. Sembra che tutto questo appartenga, per lei, al passato o forse a un brutto sogno. “Iniziai a sfregargli la schiena e il collo con una spugna imbevuta d’acqua. Ma niente, quelle polveri erano sempre lì, attaccate a Sergey. Allora presi l’alcol e iniziai a grattare forte, sempre più forte. Piangevo e grattavo. E lui avvertiva la mia agitazione, la mia paura”. “Sentivo le sue lacrime che cadevano sulla mia schiena” aggiunge, con un filo di voce, Sergey che le siede accanto durante l'intervista.


Sergey, l'uomo che ha sfidato le radiazioni


"Le radiazioni sovietiche sono le migliori al mondo”

Chernobyl

Il sarcofago che ricopre l’unità 4 di Chernobyl venne costruito in pochi mesi, dopo l’incidente, da migliaia di giovani arrivati da tutta l’Urss. Soldati e civili che limitarono le conseguenze dell’esplosione, pagando spesso con la propria vita quell’impegno in nome del sistema sovietico.  Per Aleksander Kupny quel sarcofago è diventato una ragione di vita. Lo ha voluto conoscere e per farlo è entrato più volte dentro al reattore esploso. “Il sarcofago per me non è un alieno e io non sono indifferente al suo destino – dice Aleksander. Mi chiedo spesso che cosa dovremmo fare per renderlo più sicuro e per fare in modo che il nuovo rivestimento protegga la popolazione dell’Ucraina e di tutte le aree colpite da Chernobyl”. 

Aleksander ha iniziato a lavorare alla centrale nel 1994, quasi dieci anni dopo il disastro, e per lui Sergey Koshelev è stato un maestro. “Mi sono sentito più tranquillo quando ho saputo che sarei entrato nel reattore con Sergey. Era sicuramente il più esperto, la persona che sapeva come muoversi meglio”. Quando gli chiediamo cosa si prova a camminare nel luogo più contaminato d’Europa, Aleksander sorride. “Ricordo che dentro al reattore sentivo una grande adrenalina. Devi concentrarti al massimo e seguire nel dettaglio le istruzioni, perché basta un passo falso ed è la fine”. Una vita fatta di rischi estremi, quella di Aleksander, che è sceso più volte giù nella gola del reattore. Eppure quest’uomo non lascia trasparire nulla che lo possa far assomigliare a un supereroe. “Non sono un biorobot, amo la fotografia e ho sempre fatto il mio lavoro. Dovevamo documentare, dovevamo conoscere. Io credo che sia necessario, in qualche modo, rispettare le radiazioni”. Uno spiccato senso del dovere, una capacità estrema di controllare le proprie emozioni.

Sono le stesse caratteristiche che troviamo in Artur Korneyev. Lo incontriamo in un locale che si affaccia sulla piazza di Slavutich. Oggi ha 67 anni, ma il passo lento e le pesanti rughe sul viso lo fanno apparire forse più vecchio. Ha un modo di porsi figlio di un’epoca, quella sovietica, in cui non c’era spazio per la riflessione. Bisognava agire, eseguire i comandi e amare il partito. Artur arrivò in Ucraina da lontano, dal Kazakhstan. Venne chiamato perché all’epoca era uno dei pochi a conoscere l’atomo e la sua forza distruttiva. “Arrivai a Chernobyl nel 1987. Dovevo misurare il livello di radioattività all’interno dell’unità 4 per evitare così che gli altri lavoratori assorbissero dosi eccessive”.

Korneyev venne immortalato in una foto – scattata da Sergey Koshelev – proprio vicino alla famosa “zampa d’elefante”, una enorme massa nera di corium. “Ho sempre cercato di fare attenzione, ma c’erano pezzi di corium ovunque e mi è capitato di doverli spostare usando una pala, altre volte dando semplicemente un calcio con il piede”. Artur Korneyev si è subito accorto che il sarcofago non era adeguato a proteggere tutto il materiale radioattivo nascosto al suo interno. Per questo più volte segnalò la gravità della situazione a esperti occidentali affinché fosse avviato un processo di stabilizzazione della struttura. “Le radiazioni sovietiche sono le migliori al mondo” conclude Korneyev. Una risata amara, qui a Chernobyl, dove migliaia di persone hanno lavorato per limitare le conseguenze del disastro. E in molte sono morte negli anni sucessivi al 1986.


Chernobyl, cosa si nasconde dentro il reattore

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'Chernobyl è un problema eterno'

Chernobyl

A distanza di 30 anni, Chernobyl porta con sé una storia fatta di silenzio, omissioni ed errori. All’una e 23 della notte del 26 aprile del 1986, l’unità 4 della centrale nucleare esplose nel corso di un test. Il boato si sentì anche nella vicina città di Prypjat, dove alloggiavano la maggior parte dei lavoratori dell’impianto. Ai cittadini non venne data alcuna informazione e per quasi due giorni la loro vita proseguì come se nulla fosse accaduto. L'evacuazione iniziò solamente il pomeriggio del 27 aprile, causando gravi ripercussione sulla salute degli abitanti, soprattutto dei bambini.

Le polveri radioattive intanto si sprigionavano nell’aria. Prima in Ucraina, poi in Bielorussia e in Russia. In pochi giorni l’intera Europa venne travolta da una paura nuova, sconosciuta, mentre le autorità sovietiche cercavano di minimizzare cosa stesse accadendo. Dal reattore fuoriuscirono circa cinque tonnellate di materiale radioattivo. Il resto invece è rimasto lì, nell’unità numero 4.  Uranio e plutonio sono ancora custoditi sotto al vecchio sarcofago, una copertura realizzata dai soldati direttamente sopra al reattore, quando nemmeno i robot resistevano alla potenza – mortale – delle radiazioni. Si tratta di un rivestimento che diversi esperti ritennero inadeguato sin dal primo momento. Oggi è pieno di buchi – sarebbero almeno duecento – dai quali le polveri radioattive si sprigionano, ininterrottamente, nell’aria circostante alla centrale.

“Chernobyl è un problema eterno”, mette in guardia Valentin Kupny, il padre di Alexander, che è stato il responsabile della manutenzione della prima copertura del reattore dal 1995 al 2002. “Ci vorranno millenni per smaltire gli isotopi radioattivi che ormai si trovano dappertutto: nella terra, nell'acqua e nell'aria delle zone contaminate. Io non credo nell'utilità del nuovo sarcofago”.  Per isolare il materiale radioattivo è infatti in costruzione un nuovo sarcofago, proprio di fronte all'unità 4. Si tratta di un progetto finanziato da 40 Paesi. L'attenzione internazionale si è concentrata unicamente su un nuovo rivestimento per il reattore ma nessuno, in trent'anni, si è preoccupato delle tonnellate di materiale radioattivo che sono state interrate in una vasta area intorno a Chernobyl. Dopo l'incidente i liquidatori (coloro che lavorarono a Chernobyl nei mesi successivi al disastro) sotterrarono – in buche profonde pochi metri e senza alcun isolante – interi villaggi: il primo strato di terra, intere case, automobili, animali da allevamento e da compagnia. Ma tutto questo materiale altamente radioattivo è ancora lì, nascosto ma ancora letale. E rimarrà lì per sempre perché nessuno sa dove siano oggi questi cimiteri nucleari.


Chernobyl, 30 dopo dall'Archivio ANSA

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Un business nucleare, fra tour e grandi opere

Chernobyl

Per coprire la massa formata da metallo contorto, combustibile nucleare vivo e grumi di corium che si trova all'interno del reattore, si lavora da anni alla costruzione del New Safe Confinement, un arco che sarà trascinato con dei carrelli su quel che rimane dell'unità 4. Il cantiere è una delle opere ingegneristiche più imponenti al mondo che sarà probabilmente ultimata nel 2017. Sotto all'arco lavorano migliaia di persone, operai e ingegneri che provengono da diversi Paesi, fra cui l'Italia. Ma la vera forza lavoro arriva da Slavutich, a quaranta minuti da Chernobyl. Una città di 25mila abitanti di cui la maggior sono impiegati alla centrale. Fino al 2000 in molti si occupavano delle unità ancora attive. Oggi lavorano alla manutenzione dell'impianto e alla costruzione del nuovo rivestimento. Uomini e donne che ogni giorno timbrano il cartellino e con il loro dosimetro attacato alla giacca passano otto ore nella centrale. Proprio qui dove non si potrà mai tornare a vivere perché tutto sarà per sempre contaminato. 

Per gli ucraini Chernobyl rappresenta oggi una delle poche attività redditizie. Oltre a chi lavora alla centrale, ci sono altre persone che ogni giorno si recano sui luoghi della tragedia. Decine di agenzie offrono tour di Chernobyl a turisti stranieri che sono pronti a sborsare l'equivalente della metà di uno stipendio medio ucraino pur di farsi un selfie nella deserta Prypiat o davanti al reattore numero 4. Chernobyl, insomma, sembra avere mille volti. È il luogo di una tragedia che rimarrà indelebile nei ricordi di chi l’ha vissuta, ma è anche un'occasione per fare tanti soldi. Un business che ha trovato nella morte e nell'indifferenza il suo terreno fertile. Tutto mentre i radionuclidi vengono ancora assorbiti dall'organismo delle popolazioni colpite tramite acqua e cibo. E di Chernobyl, dopo trent'anni, si continua a morire.