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Marzano e l'importanza della memoria

su tracce del nonno fascista per capire sé, famiglia e l'Italia

MICHELA MARZANO, ''STIRPE E VERGOGNA'' (RIZZOLI, pp. 396 - 19,00 euro). Siamo animali sociali e quindi il nostro essere si forma in gran parte in relazione al mondo e le persone che ci circondano. Allora, cercare di mettersi a nudo è un andare a scoprire le radici personali e famigliari, che inevitabilmente si legano all'ambiente e gli avvenimenti in cui si sono formate. E questo libro di Michela Marzano, sincero sino alla rivelazione di piccoli particolari molto intimi, ci mette sull'avviso sin dai sostantivi che usa per il titolo che andrà a indagare la nostra storia recente, partendo da sé e soprattutto dal rapporto con suo padre, illustre economista socialista e antifascista ma dal carattere aspro e duro, per arrivare a ricostruire la storia del nonno. L'avvio è la scoperta che papà Ferruccio, tra i suoi nomi registrati sull'atto di nascita, nasconde a sorpresa anche quello di Benito, che non può essere un caso, visto gli anni in cui gli è stato dato da suo padre. Michela verrà così a sapere con orrore e imbarazzo personale che suo nonno Arturo Marzano, insigne magistrato oramai morto da tempo, era stato fascista. E pian piano, facendo ricerche in archivi locali e nazionali, interrogando i parenti e andando ad aprire scatoloni di documenti abbandonati in uno scantinato, viene a fare una serie di scoperte, scandite dall'affermazione ''mio nonno c'era'', relative al fatto che non fu un fascista come un po' tutti in quegli anni, ma uno squadrista antemarcia iscritto al partito dal maggio 1919, poi insignito di vari riconoscimenti e così prono al regime da avere avuto come magistrato un comportamento aberrante, cominciando con una condanna estrema a contadini che cantavano 'Bandiera rossa' tornando dai campi, lodata dal Partito come ''intrepida e coraggiosa sentenza che può ben essere paragonata ad un'abile azione squadrista'', per arrivare a far parte della commissione di disciplina che mandava gli oppositori al confino.
    A questo punto il libro della Marzano è importante perché assieme a interrogarsi sul carattere di suo padre e raccontare la propria infanzia e vita, per capire in che modo la sua storia famigliare ha avuto un'impronta attraverso l'operato di suo nonno, ricostruisce e racconta a sé e al lettore la storia del nostro paese in quel Ventennio e poi dopo la Liberazione, quando questi fu prima epurato, poi reintegrato in magistratura e dichiarandosi sempre fascista divenne anche deputato del partito monarchico. In tutto questo i silenzi e le amnesie della sua famiglia corrispondono a quelli di tutto un paese che non ha mai fatto i conti, al contrario per esempio della Germania, con la memoria di quel periodo. E la Marzano, per esperienza anche personale, sottolinea che ''cancellare il passato non dà pace, non sana ferite''.
    Ecco allora la sua storia, in una famiglia tutt'altro che tranquilla per la severità intransigente e la volontà indiscutibile del padre che, tra l'altro, non fa che minare le sicurezze della figlia giudicandola incapace di tutto. Si parte dall'infanzia a Roma per arrivare agli anni di università alla Normale e poi alla nomina a ordinario all'università di Parigi, sempre all'insegna del dovere, di una vita imperativa come impostata appunto dal padre e per cercare di ottenerne il consenso. Un eterno impegno che diventa anche una costante costrizione autoviolenta che la porterà ad essere anoressica, come ha raccontato nel suo fortunato libro ''Volevo essere una farfalla'', ricordando che l'analista l'avvertì che sarebbe guarita solo quando fosse riuscita a smettere di volere a tutti i costi far contente le persone cui vuole bene. Appunto, se il passato, personale o collettivo, ''non troviamo il coraggio di riattraversarlo, è lui che ha la meglio'', perché ''meno si parla di una cosa, più questa agisce al nostro interno e ci avvelena'' e questo vale anche per il fascismo messo da parte, come se non riguardasse la famiglia, e poi l'Italia tutta (e i rigurgiti nazifascisti dei nostri anni sono lì a dimostrarlo).
    Marzano vive tutte queste scoperte, questa ricerca con la paura di sbagliare una data o altro, ma soprattutto con una sofferente, esasperata vergogna per reazione probabilmente alla mancanza di interesse, al difendersi cercando di non sapere, del padre e l'orgoglio inaccettabile ''mostruoso'' del nonno.
    ''Adesso realizzo ciò che forse ho sempre saputo.... la disperazione di papà l'ho sempre rimossa. Io che mi vanto di capire le persone, di mio padre non ho capito nulla''. E allora ecco che si rende conto come ''buttare la colpa addosso a mio padre sia solo un modo per giustificare me stessa'', con le mie ossessioni e il perenne fuggire, ''dal passato, dall'Italia e la mia madrelingua, dalla mia colpa.
    Ma quale è esattamente la mia colpa?''. Il libro è quindi una sorta di autoanalisi che si rispecchia nel carattere del padre, che ha la sua radice nella storia legata al nonno. E l'autrice, giocando con le parole, scopre così che l'amnesia su cui indaga, personale e del paese, si fa anamnesi, ricostruzione e rivisitazione anche dolorosa ma inevitabile, che è l'unica possibilità di un'amnistia. ''Penso con sollievo a quando avrò finito questo libro - scrive allora - e potrò di nuovo dedicarmi a un romanzo totalmente inventato, libera di giocare con i miei personaggi''. (ANSA).
   

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