Romanzo ungherese oltre la pagina

Krasznahorkai porta il suo personaggio a finire nel mondo reale

Leggere i romanzi di Laszlo Krasznahorkai non è facile, non sono noir tutti colpi di scena anche se le sue atmosfere sono noir, ci vuole attenzione e impegno per arrivare a entrarci dentro e esserne coinvolti, ma è una fatica che vale la pena, così da coglierne la profondità del mistero, quell'essere a un confine o oltre, reale o dell'immaginazione, dove si alternano meraviglia e rovina e gli uomini, i suoi personaggi, vivono una sorta di perdizione, quel degrado, quella desolazione e senso della fine in cui si riflette metaforicamente il dramma dell'Europa che ha vissuto l'occupazione sovietica, sempre però concludendosi con un segno di speranza.
    E' così nel fangoso mondo rurale di ''Satantango'' come nella città visitata dal baraccone col corpo di una balena in ''Melancolia della resistenza'', altri romanzi di questo grande scrittore ungherese di 65 anni che con coraggio Bompiani sta recuperando uno dopo l'altro, sino a questo ''Guerra e guerra'' in cui, già dall'inizio, il protagonista, l'archivista Gyorgy Korin, ci rende partecipi del suo sconvolgente aver preso coscienza che gli uomini ''hanno rovinato il mondo'', che ''tutto è abbrutito'' e si fa menzogna, tanto da confessare: ''non sono impazzito, ma vedo le cose con una tale chiarezza che è come lo fossi''. E sempre in questi romanzi c'è l'arrivo di un uomo, una sorta di messia atteso che si rivelerà non portatore di liberazione ma di dolori, rancori e drammi, quasi a chiudere ogni speranza di salvezza, di altro.
    In un paesino sperduto dell'Ungheria dove vive, Korin ha scoperto casualmente in una scatola che risale al 1940/41 (durante la guerra e le persecuzioni naziste quindi) un antico manoscritto di grandissima importanza, che racconta l'epopea di quattro personaggi, Kasser, Falke, Toòt e Bengazza, vissuti in diverse epoche storiche, da Babilonia alla Creta di Minosse, allo splendore di Venezia, connotate da una perenne devastazione bellica, da cui cercano un riparo. Il fatto, la meraviglia di quel che legge, lo porta a una sorta di delirio che lo vede impegnato a qualsiasi costo a recarsi prima a Budapest e da lì nella mitica New York dove copiare in rete il manoscritto per renderlo eterno e alla portata di tutti e dopo, conclusa la sua missione, farla finita.
    Un romanzo dalla costruzione particolare; una storia di nevrosi, di follia e alienazione per parlarci metaforicamente del disastro del Novecento; uno scrittore che viene dopo, portandone con sé ben visibili le eredità, di Joyce, kafka, Beckett, Bernhard, in una scrittura suddivisa in otto capitoli e paragrafi che rendono solo un po' meno infiniti degli altri libri i suoi periodi, le sue decine di pagine fluenti e magnetiche senza un punto, in un susseguirsi di immagini, di particolari, di alternarsi di voci, descrizioni e monologhi, che risucchiano il lettore come in un vortice.
    A New York, dove Korin arriva dopo peripezie ingenue e letteralmente kafkiane, ecco che il racconto del suo presente, del suo lavoro e della relazione col suo interprete ungherese e la ragazza portoricana di questi, si alterna con il narrato del manoscritto, le vicende dei quattro eroi perseguitati da un continuo stato di guerra. Ma non è tutto, perché a questo succedersi di racconti e piani temporali, se ne aggiunge un altro, con un'apertura sulla realtà esterna al romanzo. Racconta lo stesso Krasznahorkai che, avendo la sensazione che una visione di gente che cerca salvezza da una implacabile rovina senza tempo, mentre passano loro in mente tutte le cose della propria vita che stanno andando distrutte, potesse significare sempre di meno per i lettori di oggi, mentre scriveva il romanzo cominciò a pubblicare brevi messaggi rivolgendosi ai ''miei cari, solitari, stanchi, sensibili lettori'' e poi ''immaginando la fine non nelle ultime pagine del romanzo, bensì in una sua trasposizione nel mondo reale''.
    Korin, nell'ultimo capitolo del libro, spera che la sua vita venga fissata con un'unica frase su una targa commemorativa da collocare sul muro di un museo svizzero accanto a una scultura di Mario Mertz. Il direttore del museo Hallen fur Nue Kunst di Sciaffusa, con all'interno l'igloo di Mertz in cui Kroin pensava di concludere la propria vita, esaudirà questo desiderio per davvero e la targa, venne apposta sulle mura esterne del museo svizzero il 27 giugno 1999, come documentato da un apposito Dvd.
    Purtroppo, annota sempre l'autore in una nota conclusiva, quel museo è stato chiuso, anche se sul muro resta l'impronta della targa, che ora, con l'opera di Mertz, si trova a Basilea. E per chi fosse curioso, ecco l'indicazione di ''cercare semplicemente www.krasznahorkai.hu/WarandWar.htlm, tu saprai perché''. (ANSA).
   

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