La favola nera della peste in arrivo

Romanzo tutto al femminile, bella metafora di Loredana Lipperini

 LOREDANA LIPPERINI, ''LA NOTTE SI AVVICINA'' (BOMPIANI, pp. 350 - 18,00 euro).
    La peste, come già in Camus, entra in letteratura solo per farsi metafora e in questo racconto di Loredana Lipperini su una pandemia diventa presto chiaro che se si cerca di cancellare la memoria per dimenticare fatti che pesano sulle coscienze, si è senza futuro e il passato tenderà a replicarsi, perché la peste è anche ''essere ottusamente inchiodati al presente'', da cui consegue il temere l'altro, chiusi, arroccati in se stessi così che la malattia ''è dentro, è nei cuori che non pensano ad altro che a ripetere le azioni e i gesti di ogni giorno, sperando non ci siano variazioni''.
    Per raccontarci questo, in un romanzo che dice di aver iniziato anni fa, ma che esce oggi, mentre un'altra ''peste'' è in atto e costringe a attenzioni e regole e diffidenze verso gli altri che sono ogni volta eguali, ci porta a Vallescura, uno di quei borghi di cui è piena l'Italia apparentemente idillici in mezzo alla natura, in realtà soffocati da segreti, invidie, rancori che condizionano nel profondo la vita degli abitanti, timorosi di chiunque arrivi da fuori che possa scoprirne l'anima nera o innescare reazioni a catena incontrollabili (in questo senso un paese non diverso da ''Le Case del malcontento'' esemplarmente narrate qualche anno fa da Sacha Naspini).
    Qui a rompere certi equilibri è l'arrivo di Maria Harlock, che a Vallescura va vivere, a seppellirsi per molti versi per lasciarsi alle spalle una brutta storia sempre di invidie e cattiverie che l'ha costretta a separarsi dai propri figli e ha la tentazione, anche lei per dimenticare, di annegare nell'alcol. La sua presenza dà vita a una lotta praticamente all'ultimo sangue e tutta al femminile, innescata dalla grassa e sola bottegaia Saretta, che sfoga le sue frustrazioni esercitando una sorta di potere su tutte le signore del paese, tanto da essere soprannominata sindaco di Vallescura, e vedendo appunto in chi arriva una potenziale nemica. E se poi torna la peste, che aveva già in passato drammaticamente segnato Vallescura, sceglierla come untore da punire diventa quasi naturale nel gioco di paure che la malattia innesca. Tanto più che questa epidemia è tanto esemplare da essere circoscritta solo a quel paese e tenuta segreta, che nessuno al di fuori ne parla, mentre l'esercito lo assedia tenendo tutti prigionieri per impedire che il contagio si possa diffondere.
    In questo cerchio malato (di malattie amplificate nello spazio ristretto ma che sono quelle tipiche dei nostri giorni) a coinvolgere il lettore è la vita di alcune donne, da Amalia seminatrice di zizzania a Virginia, Aurelia e altre con la giovane Carmen e la coraggiosa Chiara scrittrice di libri per bambini, oltre a Saretta e Maria, tutte con una maternità sofferta, patita, messa alla prova o negata, non realizzata, a indicare ancor più un problema col futuro. E riecheggia la filastrocca ''Stella, stellina'' ma sinistra col suo affermare a un certo punto ''ognuno ha la sua mamma''. il racconto infatti non guarda mai in avanti, ma torna invece spesso all'indietro a cercare segnali, presagi, ragioni di un male che, come sempre, nasce dal suo stesso mistero inafferrabile. E il presente del paese, fatto anche di un quotidiano apparentemente normale, in cui si canta o si mangia, è inserito in un elenco tragico degli orrori della nostra società odierna, dai femmincidi alla guerra in Iraq, dall'assassinio di Ilaria Alpi alle stragi di Srebrenica e così via citando, in attesa, ''senza saperlo, della peste''.
    Un bel romanzo noir, non nel senso criminale oggi tanto invasivo, ma nel senso che vuol parlare del lato oscuro dell'animo umano e della nostra società certamente malata e come prigioniera di una sua natura e destino (''L'albero delle spine non può fare mele. Saretta è così e il paese è come lei''). Un racconto insinuante costruito con una scrittura serrata e di un realismo quasi ossessivo che in questo nasconde la sua cupezza fantastica e una tendenza a elencare, come per far testimonianza davanti alla morte portata dalla peste, alla notte che si avvicina. (ANSA).
   

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