Schweblin, ecco il mio robottino Kentuki

Un romanzo tra tecnologia e relazioni umane

SAMANTA SCHWEBLIN, KENTUKI (SUR, PP 230, EURO 16,50). Non ha nulla a che vedere con i social network, ma allo stesso tempo ha molto a che fare con tutto questo. Ecco a voi il kentuki, un dispositivo inventato che ci mostra il rapporto tra tecnologia e relazioni umane in modo inquietante. A immaginarlo è la scrittrice argentina Samanta Schweblin che di questo robottino che scruta, sbircia, si muove dentro la vita di un'altra persona, ci mostra gli effetti nel suo romanzo che si chiama appunto 'Kentuki', pubblicato in Italia da Sur nella traduzione di Maria Nicola.
    "Cercavo qualcosa che mi permettesse di parlare della vita tecnologica e del nostro rapporto con i social in un solo oggetto. Doveva funzionare a livello simbolico. Mi piacerebbe che tra 50 anni, se qualcuno dovesse leggere questo libro, senza avere idea di che cosa sono facebook o whatsapp, capisse quali sono i problemi che stiamo avendo con l'uso della tecnologia" spiega all'ANSA la Schweblin che è nata a Buenos Aires nel 1978, vive da 7 anni a Berlino e nel 2010 è stata selezionata dalla rivista Granta come una dei 22 migliori scrittori in lingua spagnola sotto i 35 anni.
    All'apparenza innocui e adorabili peluche che vagano per il salotto di casa, questi robottini con telecamere al posto degli occhi e rotelle ai piedi collegate casualmente ad un utente anonimo che potrebbe essere ovunque, a Zagabria come aTel Aviv, fanno sì, tra voyeurismo e ossessione, che un ragazzino di Antigua possa lanciarsi in un'avventura per le lande norvegesi e che una pensionata di Lima possa seguire le giornate di un'adolescente tedesca.
    "Credo sia una situazione che può interessare tutti. In fondo si tratta di voyerismo che non è interessante solo perchè ci permette di vedere le tette della vicina, ma nasconde una questione più esistenziale. Che ha a che fare con la ricerca della verità, non solo in termini astratti ma anche nelle piccole cose. Per esempio ci chiediamo: 'sarò mai felice?' 'E come si fa a misurare la felicità?'. Credo che, anche se può essere sbagliato, molto spesso la misuriamo paragonandoci agli altri. E anche quello però è incerto perchè come facciamo a sapere se gli altri sono davvero felici? Guardare gli altri ci da la sensazione di scoprire chi sono, che cosa vogliono, se davvero ci vogliono bene. Quello credo sia il desiderio più profondo, tantrico degli utenti del kentuki" sottolinea la Schweblin, tra i protagonisti dell'edizione 2019 della fiera della piccola e media editoria 'Più libri più liberi'.
    "Il libro è un insieme di domande su un tema che mi preoccupa molto. Il kentuki, i social, la tecnologia in generale, in qualche modo tolgono il corpo dalle nostre relazioni. E che cosa succede? Che una grande parte del linguaggio viene perduta. Se si toglie il corpo dalla comunicazione c'è una sorta di neutralità che non sempre ha un senso e non sappiamo interpretare le reazioni dell'altro senza vedere il suo corpo" afferma la Schweblin che trasporta il lettore in un'atmosfera ipnotica.
    L'idea di questo robottino "mi è venuta riflettendo su questi temi. Ero a Buenos Aires in un momento in cui c'è stata una sorta di boom di fotografie scattate dai droni e all'improvviso con i miei amici abbiamo scoperto dei posti del nostro quartiere, dei luoghi che avevamo frequentato per tutta la nostra vita, che ci risultavano nuovi perchè non avevamo mai visto che cosa c'era dietro il muro del vicino. Allora, mi sono detta, se esiste un drone può esistere anche un dispositivo semplice come un kentuki. Che poi che cos'è in fondo? E' come una specie di apparecchietto che si muove per il salotto e diventa interessante perché si muove nel salotto della casa di qualcun altro, non nella nostra".
    Il nome racconta la scrittrice argentina "è apparso per la prima volta dal nulla mentre stavo scrivendo la prima bozza del romanzo. Molto tempo dopo, avevo quasi concluso il libro, mi sono resa conto che dovevo pensarci sul serio e quindi ho fatto una lista di tutte le cose che volevo che il nome del dispositivo evocasse. Volevo che suonasse straniero, americano, gringo ma anche un po' giapponese. Volevo che fosse qualcosa di economico, da quattro soldi. Che fosse popolare, accessibile e mi sono resa conto che kentuki aveva tutto questo. Allora lo ho cercato su google e mi sono accorta che non era soltanto il kentucky fried chicken, l'importante marca americana, ma anche una città in Ucraina, un famosissimo cavallo da corsa russo o uno dei cibi giapponesi più importanti", dice la Schweblin che non ha avuto più dubbi che dovesse restare così. (ANSA).
   

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