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Lea Seydoux, risibile regina dei media in France

Il film di Bruno Dumont, satira al vetriolo

Non si chiama per caso FRANCE il nuovo film di Bruno Dumont, passato in concorso a Cannes 2021 e in sala dal 21 ottobre con Academy Two, Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. France e' il nome della protagonista, giornalista in carriera nella Francia di Emmanuel Macron, ma e' la Francia il vero obiettivo di una satira che si vorrebbe al vetriolo e che invece oscilla a piu' riprese tra la risata e il melodramma. In buona sintesi il racconto e' quello di una giornalista rampante, France De Meurs, che scala la piramide della notorieta' , del prestigio professionale, dei guadagni a colpi di spregiudicati scoop, sempre piu' spesso orchestrati appositamente e con dubbio gusto. La fama pubblica si paga pero' con l'insicurezza personale, con la schizofrenia di comportamenti paralleli, tra i teatri di guerra in cui l'intrepida reporter finge di esporsi al pericolo, e i fastosi saloni del potere le cui lusinghe sono tanto attraenti quanto false e caduche. France comincia a scivolare su una china pericolosa proprio nel momento della massima gloria e, ad un certo punto, non avra' piu' la forza e i mezzi per arrestarsi e nascondere la sua umana fragilita' .
    Cinema e giornalismo vanno a braccetto da quasi un secolo, per lo piu' su modelli americani che hanno codificato i personaggi, il linguaggio, l'amarezza morale con cui i cineasti giudicano l'effimera riuscita di tanti eroi della penna e della telecamere. Bruno Dumont si e' illuso che la sua recente vena - sarcastica, divertente, popolare - lo tenesse al riparo dal "de' ja' vu" e talvolta (come nella sequenza in cui l'eroina ricostruisce il gesto di vittoria di un miliziano con i modi della celebre fotografia di Robert Capa) scopre il suo stesso gioco per dire quanto sia infida l'informazione, quanto sia manipolata la verita' delle news.
    Il problema e' che il suo cinema non ha sempre la felice cattiveria della migliore commedia all'italiana e che, da un certo punto in poi, appare piu' interessato alla dimensione psicologica e al melodramma in cui si muove il suo personaggio che all'affresco morale che le ha costruito intorno. Tutto cio' lascia piu' di una volta spiazzata la sfolgorante protagonista, una Lea Seydoux incerta tra due registri interpretativi sostanzialmente opposti. Col risultato di divertire e "mordere" fino a un certo punto (specie nella prima parte) e poi di sfiorare il cliche' . All'origine della sceneggiatura c'e' una penna eccellente come quella di Charles Pe' guy, autore del testo omonimo, che Dumont utilizza con l'abituale spregiudicatezza, attualizzando situazioni e caratteri, creando un divertente siparietto in post-produzione tra il Presidente e la reporter nel corso di una paradossale conferenza stampa.
    Purtroppo l'impressione generale e' piu' quella di un "divertimento" che chiama lo spettatore alla complicita' anziche' di quell'atto d'accusa alla superficialita' colpevole dei media al tempo della tv e dei social network che forse Dumont aveva in animo di creare. Confronto interessante con il piu' tradizione - ma dotato dell'accento della verita' - "A Private War" di Matthew Heineman con Rosamund Pike intrepida e nevrotica reporter. (ANSA).
   

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