Willie Peyote, non dimentico la realtà sul palco

In gara con Mai dire mai (la locura) e tanta gavetta alle spalle

Mai dire mai, recita la canzone che porta al festival di Sanremo. E mai dire mai sembra quanto mai appropriato per Willie Peyote al debutto sul palco dell'Ariston, con un brano scritto dallo stesso rapper e cantautore torinese con Carlo Cavalieri D'Oro, Daniel Gabriel Bestonzo e Giuseppe Petrelli. "Non ho mai bussato alla porta del festival - racconta, cinque album all'attivo - anzi, è stato il festival a cercare me in passato negli ultimi tre anni. Quest'anno ho accettato proprio perché è questo anno qui, per quello che c'è fuori, perché è l'unico palco che suona. Altrimenti sarei stato in tour". Tra i 26 big in gara, Willie Peyote è l'unico a portare all'Ariston l'attualità legata alla pandemia e le rivendicazioni di una categoria, quella dei lavoratori dello spettacolo, messa in ginocchio da dodici mesi di stop. "Riapriamo gli stadi ma non teatri né live", canta nella sua Mai dire mai (la locura) puntando il dito contro una società abituata ormai a mettere al primo posto il mero intrattenimento, "in tutti i campi, dall'arte e alla cultura, passando per lo sport e arrivando anche alla politica". Niente amore, come per molti dei suoi colleghi, ma uno sguardo lucido - come è abituato a fare con la sua capacità di fondere l'energia del rap con la canzone d'autore e un'ironia tagliente - sulla realtà che lo circonda. "Per me non avrebbe avuto senso un festival solo incentrato sulla musica, dimenticandosi di quello che da ormai un anno c'è fuori. Sarebbe stato più ingiusto fare finta di niente. Io non posso prescindere dalla realtà che mi circonda, parto dal fuori, mai dal dentro". Nelle rime del suo brano, non risparmia critiche alle major discografiche "che hanno abdicato al ruolo di talent scout e si limitano a prendere qualcosa che già funziona e ci mettono un timbro sopra", alla politica "che parla alla pancia", all'Italia che "è una grande sit-com". "In realtà volevo divertirmi, volevo un brano ironico, però partendo dall'approccio sbagliato che ormai c'è alla musica e alla cultura in generale - spiega Willie Peyote, vero nome di Guglielmo Bruno -. Mi sono vagamente ispirato al discorso di Ricky Gervais ai Golden Globe. Avere un personaggio che funziona è più importante che avere talento, il consenso più del programma, far parlare di sé più di avere qualcosa da dire. Anche in pandemia "the show must go on" quindi si gioca lo stesso anche con gli stadi vuoti, teatri chiusi e concerti annullati ma con gli streaming e i talent show la giostra sembra continuare a girare". Ad aprire la canzone una citazione tratta dalla serie cult Boris, di cui Willie Peyote è un grande fan, conosciuta come il monologo della Locura: "questa è l'Italia del futuro: un paese di musichette mentre fuori c'è la morte". "Parto da Boris perché sia chiaro che il messaggio che mando vuole essere una presa in giro sul contesto in cui viviamo". Per la serata delle cover si è fatto un regalo, duettando con Samuele Bersani in Giudizi Universali. "Per una sera mi prendo una pausa dal ruolo di grillo parlante con una delle mie canzoni preferite in assoluto. Forse cantare con Samuele mi dà più soggezione del festival stesso". Ma il timore più grande, ammette, è quello di "essere frainteso e di finire in pasto a gente che attacca senza conoscermi. Non voglio che si pensi che mi sono messo su un piedistallo per giudicare gli altri". Di certo non lo pensano i bookmaker o gli addetti ai lavori che hanno già ascoltato Mai dire mai: le sue quotazioni sono alle stelle. "Preferirei essere underdog, lo sfavorito, piuttosto che quello su cui puntano tutti. Un po' d'ansia c'è, ma mi inorgoglisce sapere che c'è e c'era fiducia sul fatto che avrei scritto cose belle. Qualcuno si sente tradito, ma un artista dovrebbe esprimersi per quello che sente di essere e cambiare quando vuole. Il pubblico oggi non vuole essere trasportato nel percorso dell'artista, ma dettare lui la strada, sempre uguale. Eppure a David Bowie nessuno ha mai detto che non doveva cambiare". A 36 anni, con una carriera partita dalla gavetta, Willie-Guglielmo ha le spalle larghe per affrontare anche il festival. "Ho già preso i miei schiaffi, ho fatto la gavetta dura, ho suonato gratis o davanti a gente che non voleva sentire me. Quando mi sono reso conto che la musica mi piaceva a prescindere dalla riposta che ricevevo, ho capito che è un amore incondizionato. Non mi aspetto niente e tutto quello che arriva è tutto grasso che cola. Quello che spero è riuscire a tornare a suonare dal vivo il prima possibile". E aggiunge: "C'è tanta confusione, si naviga a vista, come anche nella campagna vaccinale, ed è un peccato che il festival non sia stato utilizzato come una vera prova per una ripartenza. Ci si è persi in beghe da cortile".

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