Dal marketing alla questione di genere, il valore delle parole

Vera Gheno a Display, 'Con covid contesto comunicativo inedito'

(di Marzia Apice) (ANSA) - ROMA, 13 DIC - "Negli ultimi decenni il linguaggio è diventato centrale nel dibattito, soprattutto dopo la pandemia.
    Nei mesi del lockdown tutti, infatti, hanno traslocato sulla Rete e lì non c'è il corpo ad aiutare la parola, che quindi deve farcela da sola": parla in un'intervista all'ANSA di "una situazione comunicativa attuale senza precedenti" Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, che il 15 dicembre sarà tra gli 11 relatori di "Display", evento online marketing-centrico, ideato da Michele Franzese dell'agenzia Scai Comunicazione. La sociolinguista si soffermerà sul potere delle parole - dal convincimento alla performance fino alla generazione di senso - in un'iniziativa che, tra speech, interviste e intermezzi, con scenografia d'autore, luci ed effetti televisivi, andrà in onda in prima serata su displaylive.it proprio come una trasmissione tv.
    "Non sono esperta di marketing, ma le considerazioni linguistiche possono essere fatte in ogni contesto. E il marketing in fondo si basa sulla scelta delle parole", dice, spiegando di esser partita per il suo intervento da se stessa "come consumatrice di prodotti, analizzando le mie reazioni di fronte ad alcune pubblicità. Spesso ho la sensazione di insincerità, di qualcosa che stride: questo accade quando non si vuole comunicare davvero qualcosa, ma solo vendere il prodotto, fare cioè una marchetta". Ma le persone si rendono conto quando ciò si verifica? "La non sincerità spesso è determinata dai cliché pubblicitari o dall'abuso dell'instant marketing, ma diventa visibile a un certo punto, perché non si può prendere in giro troppo a lungo le persone", dice. Quella dell'uso del linguaggio è comunque, secondo Vera Gheno, "una questione trasversale, perché ognuno di noi porta con sé le proprie parole negli ambienti in cui vive, da quelli personali a quelli professionali. Di certo però ci sono contesti più visibili: ce lo ha dimostrato la pandemia, durante la quale spesso un uso non preciso delle parole ha generato confusione, con molti esperti che non sono preparati nella divulgazione delle proprie competenze", precisa. Fuori dall'ambito pubblicitario, quanto siamo consapevoli della potenza del linguaggio? "Non molto, e nemmeno della sua pericolosità: ce ne accorgiamo solo quando qualcosa va storto per via dell'uso di determinate parole. Il punto è che a nessuno fa piacere sapere che quello che ha studiato a scuola non basta. La lingua infatti va studiata per tutta la vita e non si sanno mai troppe parole", spiega, "e se la realtà cambia di continuo, e molto velocemente, la stessa cosa fa anche il linguaggio". Quando il linguaggio si lega alle questioni di genere, per alcuni l'uso dei termini al femminile è una sottigliezza inutile, o un modo per cercare la polemica. "In molti credono che quella del linguaggio sia una battaglia, ma non lo è, perché non ci sono nemici. Le questioni di genere hanno la tradizione come dato mentale con cui interfacciarsi, ma non si tratta di un nemico. Sull'uso dei termini femminili non è mai stata fatta tanta divulgazione, se ne discuteva tra studiosi: il grande pubblico ci è arrivato ora ed è normale che ci sia perplessità. Io faccio molta attività divulgativa per far sorgere almeno un dubbio in merito all'uso che facciamo del linguaggio. Di certo noi donne dobbiamo prima cambiare la nostra forma mentale".
    Come si può intervenire perché ci sia una maggiore consapevolezza? "L'ideale è partire dalla scuola, inserendo la complessità da subito. Secondo Tullio De Mauro, il mio maestro, la sociolinguistica dovrebbe essere introdotta nelle scuole - conclude - tuttavia queste ultime hanno un limite: i docenti infatti si sono formati anni fa e c'è uno sfasamento tra quello che si insegna e la realtà". (ANSA).
   

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