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Lucy/Luciano, identità che resiste e sopravvive

Tff, in docu la storia della transessuale più anziana d'Italia

"Chi l'ha detto che una donna non può chiamarsi Luciano?". A parlare così è Lucy una nonna di novantacinque anni che ha alle spalle una vita a dir poco straordinaria, come si legge anche dalle foto ingiallite che raccontano l'adolescenza di un ragazzo che all'epoca si chiamava appunto Luciano. Ma insomma chi è mai Lucy/Luciano protagonista di C'È UN SOFFIO DI VITA SOLTANTO documentario firmato da Matteo Botrugno e Daniele Coluccini selezionato alla 39a edizione del Torino Film Festival? Intanto è la transessuale più anziana d'Italia e poi anche una dei pochi sopravvissuti al campo di concentramento di Dachau ancora in vita, insomma una testimone del Novecento con tante cose da raccontare. Il film, realizzato quasi interamente durante la pandemia, racconta la singolare storia di Lucy nata a Fossano, provincia di Cuneo, nel 1924, come Luciano. Racconta nel docu: "Mi sono sempre sentita femmina fin da piccola. Mia madre era disperata. Volevo sempre fare ciò che a quell'età facevano le bambine: cucinare, pulire e giocare con le bambole". Alcuni uomini adulti iniziano ad approfittarsi di lei e i suoi genitori si accorgono che qualcosa non va tanto da trasferirsi con tutta la famiglia a Bologna. Qui conosce un gruppo di ragazzi omosessuali che si prostituiscono e inizia a farlo anche lei. Nel 1940 arriva la guerra e Lucy viene chiamata ad arruolarsi: "È stata dura. Io ho detto quello che ero, ma non ci hanno creduto. Ho detto di essere omosessuale. E loro: 'Eh sì, dicono tutti così, vai, vai...'. Non mi hanno creduto!". Dopo una serie di fughe finite male, in cui Lucy viene arrestata più volte si ritrova nel campo di concentramento di Dachau. "Quello che ho visto lì è stato spaventoso - dice -. L'Inferno di Dante a confronto è una passeggiata. Impiccati, gente che moriva per la strada, persone che erano solo pelle e ossa. Facevano esperimenti, bruciavano i morti e c'era chi era ancora vivo, che si muoveva fra le fiamme. La mattina quando ti alzavi e guardavi la recinzione elettrificata, trovavi un mucchio di ragazzi attaccati. Avevano provato a scappare durante la notte". Lucy riesce a sopravvivere al campo di concentramento e a tornare a Bologna. A metà degli anni Ottanta, si sottopone alla riattribuzione chirurgica di sesso a Londra. Torna in Italia, ma si rifiuta di cambiare nome: "Me l'hanno dato i miei genitori, è sacro. Perché, una donna non si può chiamare Luciano? Perché no?". "Abbiamo visto Lucy per la prima volta in un'intervista su YouTube - spiegano i registi - . L'abbiamo poi scovata nella sua casa bolognese, l'abbiamo conosciuta e ascoltato per ore la storia della sua vita, decidendo di realizzare un film su di lei, sulla sua umanità, sul suo coraggio e sul suo indistruttibile attaccamento alla vita. C'è un soffio di vita soltanto - concludono Botrugno e Coluccini - è la storia di un'identità che resiste e sopravvive, malgrado tutto, in un XXI secolo in cui il senso della Memoria sembra affievolirsi di fronte al lento incedere dei fantasmi del passato".

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