Gloria Mundi, una storia marsigliese alla Ken Loach

In sala film di Guédiguian con Ascaride, Coppa Volpi al Lido

ROMA - GLORIA MUNDI è una sorta di Ken Loach marsigliese firmato da Robert Guédiguian, ma senza l'ironia che accompagna in genere i film del regista britannico. Anzi, qui si gioca su un altro tavolo, più drammatico, anche se poi i protagonisti sono sempre degli sconfitti verso cui si prova, sequenza dopo sequenza, una crescente pietà umana. Per il film, in sala dal 13 maggio con Parthenos, incipit metafisico, nel segno della vita che si rinnova comunque, con tanto di parto in primo piano sulle musiche del 'Requiem' di Verdi e della 'Pavane pour une infante defunte' di Ravel.

A nascere è la piccola Gloria, ma la sua venuta al mondo peggiora anche più, se fosse possibile, la condizione economica dei suoi genitori: padre, Nicolas (Nicolas Stévenin) autista Uber, senza troppa fortuna, e madre, Mathilda (Anaïs Demoustier), commessa in prova in un magazzino di abiti, tartassata da una padrona aguzzina. Ma c'è comunque una persona da avvisare per questa avvenuta nascita e che forse potrebbe cambiare le cose in questa famiglia in difficoltà, ovvero Daniel (Gerard Meylan) appena uscito di prigione dal carcere di Rennes e nonno materno della neonata Gloria. Tornato a casa Daniel, sguardo da duro, ma animo poetico (si misura con gli haiku appena può), ritrova, oltre alla bambina, l'ex moglie (Ariane Ascaride, compagna e musa da sempre del regista) che nel frattempo si è risposata e ha avuto un'altra figlia. L'affetto che prova Daniel per Gloria e l'apparente felicità iniziale non potranno cambiare la situazione di questa famiglia destinata, come capita agli sconfitti della società, a un'altra tragedia proprio come annuncia il titolo: Sic transit gloria mundi.

"Per parafrasare Marx, ovunque regni il neocapitalismo ha schiacciato relazioni fraterne, amichevoli e solidali, e non ha lasciato altro legame tra le persone se non il freddo interesse e il denaro, annegando tutti i nostri sogni nelle gelide acque del calcolo egoistico. E' ciò che questo racconto sociale vuol mostrare attraverso la storia di una famiglia fragile come un castello di carte" spiega il regista, sceneggiatore e produttore francese di origini armene. "Ho sempre pensato - continua Robert Guédiguian - che il cinema dovrebbe commuoverci, a volte presentandoci un esempio del mondo come potrebbe essere, altre mostrandoci il mondo così com'è. In breve, abbiamo bisogno sia di commedie che di tragedie per continuare a mettere in discussione il nostro stile di vita. E dobbiamo - conclude - continuare a interrogarci più che mai in questi tempi difficili, per non soccombere all'illusione che ci sia qualcosa di naturale nella società in cui viviamo". In concorso alla 76/a Mostra di Venezia, il film ha ottenuto la Coppa Volpi andata ad Ariane Ascaride. Frase cult, uno degli haiku più evocativi dell'ex ergastolano David: "La morte ci insegue. La vita ci afferra per un po'".

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