Cultura

Il doppio Premio della Giuria alla politica

Ex aequo tra Nadav Lapid e Apichatpong Weerasethakul

Strano destino quello del Prix du Jury della 74/ma edizione del Festival di Cannes che si è chiusa ieri: il premio raddoppia con un ex aequo e va a due film politici anche se di segno diverso, MEMORIA del thailandese Apichatpong Weerasethakul con protagonista Tilda Swinton, e AHED'S KNEE del regista israeliano Nadav Lapid. Il primo fugge dalla politica di repressione thailandese sposando nella sua opera il sogno, la spiritualità, mentre il secondo spara addosso alla politica culturale israeliana che finanzia solo ciò che è organico al governo.

Apichatpong Weerasethakul, già Palma d'oro con LO ZIO BOONMEE CHE SI RICORDA LE VITE PRECEDENTI, racconta nell'incontro con i vincitori al Palais come la pandemia in fondo ci mandi dei chiari segnali. "Il tempo è elastico - dice - e ora più che mai abbiamo bisogno di rallentare, di fermarci. Questa epidemia ha fatto sì che non potessimo uscire di casa, ma avevamo ogni tipo di informazione tramite internet. Dobbiamo però ricominciare ad apprezzare le nostre relazioni dirette, la fertilità della vita". "Ciò che mi spiace davvero è l'ineguaglianza che c'è nel mio Paese. Sono contento così di vedere la ribellione in Colombia (dove è stato girato MEMORIA, ndr), ma in Thailandia è diverso, c'è repressione, nessuno si ribella, si ha paura del regime autoritario che riduce tutti al silenzio. La gente insomma continua ad essere repressa ed è un privilegio poter dire certe cose qui a Cannes. Lì - continua Weerasethakul - si ha paura del regime militare e le persone vengono fatte tacere.

Il mondo dello spirito che racconto nei miei film è una fuga dalla realtà, un modo per sentirsi liberi". Anche il regista israeliano Nadav Lapid non risparmia critiche al suo Paese, anche se in modo più sfumato. AHED'S KNEE, atto d'accusa dai toni a volte surreali, è il racconto di un cineasta che a un certo punto intraprende un appassionato dibattito con una figura istituzionale del ministero della cultura, ricordandogli come ci sia una sorta di formulario ("di sottomissione", così lo chiama) da riempire per avere il sostegno dello Stato, un modulo in cui sono bene accetti solo i film che danno una bella immagine del Paese e del suo popolo o che trattano certi argomenti. "Un film choc il mio? Non direi, in fondo ci sono solo parole e immagini. Non c'è un complotto contro Israele. La giuria non ha certo pensato di voler punire il mio paese. Il mio è solo un film di collera e rabbia".

Toni più decisi e tranchant da parte sempre di Lapid in una recente intervista: "La cosa triste in Israele è che non devi mettere i carri armati davanti all'Israel Film Fund, non devi arrestare un regista e metterlo in prigione come in Russia. È sufficiente dire: 'Basta politica, ragazzi, parliamo di famiglia'. Ciò che mi dà fastidio non è la censura dello Stato, ma quando la censura diventa parte della tua anima, della tua mente. Censura dall'interno. Ti accompagna come un'ombra". "Anche se il film di Nadav Lapid è molto critico, non è il caso di spaventarsi. Io sono molto favorevole alla libertà di espressione", ha replicato il ministro israeliano della cultura Hili Tropper.

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