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Libri: da statue e fregi Possamai rivela l'identità Trieste

Due statue sulle altre dominano per presenza, Nettuno e Mercurio

(di Francesco De Filippo) (ANSA) - TRIESTE, 10 MAG - PAOLO POSSAMAI, "NETTUNO E MERCURIO IL VOLTO DI TRIESTE NELL'800 TRA MITI E SIMBOLI" (MARSILIO ARTE; pp. 159; euro 28).
    Le città parlano. A livelli diversi di comunicazione, con linguaggi differenti. Attraverso l'architettura, i monumenti, l'ampiezza e la rete di strade: una semantica comprensibile. Poi c'è un livello più culturale, che parla per chi sa comprendere, le sue sillabe e i lemmi e la sintassi è composta da bassorilievi, iscrizioni, statue. Trieste ne è particolarmente ricca, dunque l'operazione che fa Paolo Possamai è quella di decrittare questi messaggi.
    E cosa dice questa lingua? Celebra innanzitutto i protettori dei commerci marittimi, ossia la mitologia, con Nettuno e Mercurio. E li declina come verbi: che si tratti di tritoni, sirene, nereidi o cavalli, a istoriare cornicioni, a fregiare grandi portoni di legno, ringhiere in metallo, ad abbellire androni. Possamai, giornalista e storico, riconosce Mercurio e Nettuno ovunque in città, percorrendo la Trieste ottocentesca.
    Non sono i soli miti: ad alzare con attenzione gli occhi sembra che ci siano più Ulisse, Giasone, Venere, Vulcano, Minerva sugli edifici che passanti in strada. E' la Trieste di Maria Teresa d'Austria, che a metà Settecento ne fece il porto dell'Impero asburgico trasformando il lavoro un mito attraverso la navigazione, il commercio; un emporio delle nazioni. E se si incappa in un bimbo di marmo o in pietra, è il simbolo del nascere dell'industria.
    Ebbe un inizio questo "affollamento" di presenze: Possamai lo individua nel palazzo del mercante greco Demetrio Carciotti che, con l'architetto Matteo Pertsch, concepì la sua casa-fondaco come una sorta di "dimora del principe". Da quegli anni, Mercurio e Nettuno si sono tramandati nell'architettura e nell'urbanistica fino al primo ventennio del XX secolo. Rari invece gli emblemi della cristianità.
    Tra le tante fotografie di Manuela Schirra e Fabrizio Giraldi, si ricorda che la città moderna è l'esito della decisione dell'impero d'Asburgo di istituire il porto franco. Un destino non casuale: l'analoga decisione presa per Fiume (Rijeka), non ebbe uguale fortuna. (ANSA).
   

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