Vaccino, la via più rapida è inoculare anche il virus

Remuzzi: 'Human Challenge Trial per salvare economia e salute'

(di Enrica Battifoglia)

Somministrare il vaccino a un gruppo di volontari sani e, una volta formati gli anticorpi, inoculare il virus negli stessi individui: è questa l'unica strada per arrivare rapidamente ad avere le risposte sul vaccino e poter arginare la pandemia di Covid-19. Non ha dubbi in proposito Giuseppe Remuzzi, direttore dell'istituto 'Mario Negri' di Bergamo, per il quale "l'unico modo per arrivare prima è lo Human Challenge Trial, ha detto l'esperto all'ANSA a proposito della procedura sostenuta negli Stati Uniti dall'appello firmato da un centinaio di ricercatori, fra i quali 15 Nobel.

Mentre sono già cinque i candidati vaccini giunti alla fase 3 della sperimentazione, è chiaro a tutti che prima di avere il vaccino ci vorranno ancora mesi, mentre i casi nel mondo aumentano così come i decessi, sullo sfondo di una grave crisi economica. Diventa perciò sempre più pressante cercare una via rapida per avere il vaccino. "Normalmente i vaccini richiedono studi molto grandi, con il coinvolgimento di migliaia di persone, e sarebbe indubbiamente più veloce esporre persone sane vaccinate al virus", ha osservato Remuzzi riferendosi alla strada indicata nella lettera promossa dall'organizzazione '1 Day Sooner' e indirizzata al direttore dei National Institutes of Health (Nih), Francis Collins.

La procedura dello Human Challenge Trial "può accelerare moltissimo l'approvazione del vaccino in quanto la sperimentazione nella fase 3 richiede moltissimo tempo. Se i volontari vengono esposti al patogeno si ottengono i risultati più rapidamente", ha osservato Remuzzi. "E' un'iniziativa importante" e che ha "precedenti storici", ha aggiunto citando i casi di test fatti in passato per vaccini contro influenza, tifo e colera. Certamente sono numerosi e rigidi i paletti etici da rispettare in un approccio simile. Per esempio, è possibile "solo se i risultati preliminari dimostrano che il candidato vaccino è in grado di provocare una risposta immunitaria nell'uomo: in questo modo si riduce il rischio perché i volontari vengono esposti al virus solo se c'è risposta immune".

E' anche vero però, ha osservato l'esperto, che "non sappiamo al momento quanto dura l'effetto degli anticorpi"; d'altro canto "accettiamo dei rischi anche più alti, per esempio, che nei pronto soccorso ci siamo anche medici non vaccinati". A favore della rapidità pesa anche il fatto che è "l'unico modo per superare la stagnazione economica e medica, con tutta l'insicurezza e le tensioni sociali che da questa derivano. L'economia che va male si traduce in problemi di salute". Remuzzi è anche convinto che un approccio come lo Human Challenge Trial in Italia possa trovare "un terreno favorevole", Difficile dirlo, però, considerando che tra i firmatari della lettera ci sono con decine di americani e brasiliani, molti tedeschi e spagnoli, mentre gli italiani si contano sulle dita di una mano.

"Sono a favore, le argomentazioni del documento sono condivisibili", ha detto all'ANSA uno dei firmatari italiani della lettera. "Trovo che tutte le motivazioni presentate nel documento siano valide", ha osservato Sebastiano Venturi, medico esperto di igiene pubblica oggi in pensione e che ha lavorato nel Servizio di igiene e prevenzione della Ausl di Rimini.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA