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La crypto arte spiegata ai boomer

Non si appende in salotto e sta trasformando il mercato dell'arte, ecco come

Mad Dog Jones’ REPLICATOR, la prima opera certificata NFT venduta dalla casa d'aste Phillips, acquistata per un totale di 4.1 milione di dollari (@ Phillips) © Ansa
  • di A.M.
  • 31 maggio 2021
  • 13:56

Negli ultimi mesi si è sentito parlare sempre più spesso di crypto-art: un modo diverso di fare arte, collegato alla blockchain e alle crypto valute. Si tratta di
arte digitale, dunque non 'fisica', certificata e venduta tramite tecnologia blockchain. Quest'ultima ha contribuito a cambiare il funzionamento di numerosi settori e, in quanto 'registro digitale'  è stata utilizzata principalmente per favorire il tracciamento delle informazioni; i Bitcoin, sono stati la prima crypto valuta mai esistita e dalla loro comparsa sul mercato nel 2008, sono state introdotte oltre 1.400 nuove crypto valute. In questo contesto, si inserisce la crypto-art che permette alle persone di comprare opere d’arte digitali e di pagarle con le crypto valute. La crypto-art fa riferimento a un nuovo modo di interpretare il mercato dell’arte tradizionale anche se ne mantiene diversi aspetti.
Nella crypto-art - spiegano i professori associati Chiara Giachino del Dipartimento di Management dell’Università di Torino, membro della Sima (Società Italiana di Management), e Teck Ming Terence Tan dell’Universita di Oulu in Finlandia - ciascun lavoro d’arte è unico, è registrato sulla blockchain con i Non-Fungible Token (NFT) i certificati di attendibilità digitale che certificano la corretta origine dell’opera e la rendono scambiabile liberamente, senza l’intervento di intermediari. La non presenza di intermediari permette ai soggetti di scambiarsi un’opera d’arte digitale in modo istantaneo, veloce, sicuro e un numero infinito di volte. La velocità dello scambio di opere tra i soggetti rappresenta quindi una prima grande differenza con il mondo dell’arte tradizionale. È però importante che i creatori utilizzino un contratto intelligente (smart contract) basato su blockchain per assicurarsi di ricevere la fee per ciascuna delle transazioni che potranno avvenire dopo il primo scambio. In questo senso, la blockchain alimenta il concetto di creazione dell’economia.
Continuando con il parallelismo tra l’arte tradizionale e l’arte digitale emerge poi anche un altro aspetto: il valore delle opere. Non è facile stabilire una corretta quotazione dell’opera digitale perché il valore delle crypto valute, come noto, è soggetto ad un’alta volatilità. Ovviamente, l’artista ha un ruolo importante nel mondo digitale e, tra le altre cose, la sua fama, e i suoi follower possono rappresentare un buon modo per entrare a far parte di gallerie d’arte digitali riconosciute. Esiste però anche la possibilità di caricare i propri lavori su gallerie d’arte digitali “open” e che quindi sono accessibili a tutti, artisti affermati e non, quotati e non.  Come OpenSea, il più grande marketplace certificato NFT dove scoprire, collezionare e vendere oggetti digitali, arte inclusa.
La crypto-art porta con sé un altro grande cambiamento che deve, per forza di cose, essere preso in considerazione: il passaggio dal concetto tradizionale di "ownership” a quello di “digital ownership”. La proprietà di un oggetto fisico e di un oggetto digitale ha un’influenza diversa sulle persone e, tale differenza, può essere accentuata anche dalle abitudini dei consumatori. In questo caso, infatti, gli appassionati di arte – ma non solo – pagano cifre molto elevate per aggiudicarsi un’immagine digitale che non possono appendere nello studio o in casa e che non possono toccare con mano. Possono però guardarla sullo smartphone, sul computer, o avere una cornice digitale NFT, come la digital art di  Beeple, l'artista americano da quotazioni record (da Christie's una sua opera è stata battuta a 70 milioni di dollari facendo di lui il terzo artista vivente più quotato). 
A livello teorico, è riconosciuta generalmente una certa diffidenza verso gli oggetti digitali. Alcune persone però, soprattutto i più giovani, sono abituate a comprare e usare oggetti digitali mentre altri fanno ancora difficoltà a capirne l’utilizzo, l’utilità e in alcuni casi il valore. Ad ogni modo, se per alcuni questo aspetto può influire sulle scelte di acquisto delle opere d’arte, per altri, specialmente le giovani generazioni, non ci sono controindicazioni e il possesso di un’opera digitale può risultare naturale.
A tal proposito, artisti che operavano prima nel mondo dell’arte tradizionale e adesso in quello digitale, riconoscono che l’età media dei consumatori di arte digitale è più bassa rispetto a quella del mercato tradizionale. Ciò non significa che quello della crypto-art sia un mercato riservato ai più giovani ma che probabilmente richiederà più tempo per arrivare a un pubblico più vasto ed ampio, seguendo il percorso inverso del mercato dell’arte tradizionale. Ed è proprio questa prospettiva che deve aiutare il settore culturale e l’arte a cambiare ancora, a prendere in considerazione strade che prima sembravano remote. La pandemia ha portato molti musei, italiani e internazionali, a fare passi avanti nel mondo digitale. 
Adesso, seguendo la crypto-art, l’intero settore dell’arte e della cultura può provare ad avvicinarsi al mondo digitale e al pubblico più giovane adottando nuovi strumenti digitali che possono cambiarne l’evoluzione e può farlo prendendo spunto da alcuni dei meccanismi della crypto-art. In futuro, potremmo vedere token per le gallerie d'arte (cioè, asset tokenization): cioè, costose opere d’arte, come Nu Couché, il Nudo Sdraiato, di Amedeo Modigliani, potrebbe essere tokenizzata utilizzando la blockchain ed essere distribuita come token di sicurezza che permetterebbe ai collezionisti di possederne una frazione. Si può parlare quindi di partecipazione digitale ad un'opera d'arte e dunque di una proprietà frazionata. La tokenizzazione dell’arte, in una parola la co-proprietà, è un settore in grande espansione del mercato.

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