'Ndrangheta: Cassazione, no a scarcerazione fratelli Raso

Imputati in Altanum, "ruolo in trattativa estorsiva ai Tropiano"

   La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi con cui i fratelli Vincenzo e Michele Raso, di 67 e 58 anni, originari di San Giorgio Morgeto e imputati nel processo Altanum per 'ndrangheta, chiedevano la scarcerazione. Sono reclusi dal 17 luglio 2019, nell'ambito dell'inchiesta della Dda di Reggio Calabria su dissidi e scontri tra i due gruppi storici di 'ndrangheta di Cittanova e San Giorgio Morgeto, i Facchineri e i Raso, per il dominio della 'locale' calabrese, e le diramazioni in Valle d'Aosta, Emilia-Romagna e Toscana.
    La seconda sezione penale ha fatto proprie le motivazioni del tribunale del Riesame di Reggio Calabria, che nell'agosto 2019 aveva confermato la custodia cautelare. Michele Raso, come Vincenzo Raso, si legge nelle due sentenze, "apparteneva all'enucleato sodalizio", la locale di San Giorgio Morgeto, "e di ciò i sodali avevano piena contezza, si occupava di effettuare le estorsioni agli imprenditori che eseguivano lavori pubblici". A supporto di ciò ci sono alcune "intercettazioni" ambientali e le "dichiarazioni del collaboratore di giustizia Rocco Francesco Ieranò". Il contributo dei due Raso alla locale emerge "dal ruolo assunto nella vicenda estorsiva in danno dei fratelli Tropiano" - nell'ambito della realizzazione del parcheggio pluripiano dell'ospedale Parini di Aosta - dato che "in più occasioni" era stato Michele "ad esprimersi utilizzando la prima persona plurale, ed in una occasione ad evocare il codice attraverso il quale andava individuata la percentuale che gli imprenditori dovevano al sodalizio sui lavori pubblici eseguiti". Ma anche dall'"omicidio del fratello Salvatore", il 17 settembre 2011, inserito in "un cruento conflitto insorto all'interno del sodalizio", e dalle "dichiarazioni di uno dei fratelli Tropiano, che descriveva i fratelli Raso come appartenenti a una famiglia che manteneva l'ordine in San Giorgio Morgeto". Nonostante la lontananza nel tempo dei fatti contestati restano le esigenze cautelari, secondo la Cassazione, dato che il Riesame "ha valorizzato" anche "la risalenza ultratrentennale dell'appartenenza a sodalizi malavitosi di tipo mafioso". 
   

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