Bancarotta ditte edili, appello conferma condanna a Verdini

Pena ridotta a 3 anni e 10 mesi. Ex deputato era presidente Ccf

(ANSA) - FIRENZE, 10 GIU - Confermata in corte di appello a Firenze una condanna per bancarotta all'ex parlamentare Denis Verdini, con riduzione della pena dai 4 anni e 4 mesi del primo grado a 3 anni e 10 mesi. Si tratta di un crac di ditte edili in cui fu coinvolto da presidente del Credito cooperativo fiorentino. La corte ha confermato la sentenza di primo grado anche per gli imprenditori Ignazio Arnone e Marco Arnone, padre e figlio, di Campi Bisenzio, ma pure nel loro caso con riduzione di pena per prescrizione di un reato: Ignazio Arnone ha avuto 3 anni (erano stati 3 anni e 4 mesi in primo grado), Marco 2 anni (da 2 anni e 4 anni). Per tutti gli imputati, Verdini compreso, la diminuzione delle condanne in appello si è verificata per la prescrizione dell'accusa di bancarotta preferenziale.
    Confermata, invece, l'accusa di bancarotta delle due ditte degli Arnone a causa di operazioni dolose che portarono al fallimento delle stesse aziende. Gli Arnone avevano eseguito lavori di ristrutturazione a una sede dell'ex banca Ccf, in viale Belfiore a Firenze, una filiale prestigiosa che accoglieva la clientela cittadina dell'istituto di Campi Bisenzio. I lavori furono eseguiti e completati e la banca avrebbe saldato gli importi verso la ditta Cdm di Marco Arnone. Tuttavia, secondo le accuse, Verdini e i due imprenditori avrebbero operato con passaggi di somme di denaro, in questo caso per lavori inesistenti, dalla Cdm alla Arnone srl di Ignazio Arnone e da questa ditta all'ex Ccf a titolo di rientro dell'esposizione debitoria dell'azienda verso l'istituto di credito maturata per precedenti impegni. Per l'accusa anche se la banca recuperò un credito l'azione del suo presidente Verdini violò la 'par condicio creditorum' (da cui l'accusa di bancarotta preferenziale prescritta con la sentenza di oggi) e agì con azioni dolose tali da causare non solo il fallimento della Cdm ma anche della Arnone srl proprio per via dei consistenti movimenti di denaro da una ditta all'altra e poi verso la banca. La corte di appello ha mantenuto l'impianto originario del processo. (ANSA).
   

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