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Alessandro Bertante, Mordi e fuggi

Tra fiction e cronaca i fatti che innescarono gli anni di piombo

ALESSANDRO BERTANTE, MORDI E FUGGI. IL ROMANZO DELLE BR (Baldini + Castoldi, pp.208, 17 euro)

"La fabbrica stava al centro di tutto, come un magnete immaginifico in grado di attirare persone e idee. Decisione, coraggio, ambizione, persino violenza, nulla poteva essere escluso se trascinato dentro al flusso energetico della lotta politica". L'inquietudine e i tumulti di una generazione intera, nonché il racconto di un'ideologia assolutista capace di fare da "collante" tra vite distanti e frammentate, scandiscono "Mordi e fuggi", l'ultimo libro di Alessandro Bertante, edito da Baldini + Castoldi.
    Il romanzo, tra i 12 semifinalisti alla LXXVI edizione del Premio Strega, è ambientato nella Milano del 1969 e mette al centro quel groviglio di insofferenza e rabbia - tra università occupate, cortei, tensioni nelle fabbriche - che preparò il terreno e accelerò la nascita delle Brigate Rosse. La scintilla fu Piazza Fontana, poi una continua escalation, raccontata da Alberto, io narrante del libro, studente ventenne insoddisfatto che matura la scelta di aderire alla lotta armata.
    Alternando fiction e realtà, l'autore utilizza la voce del giovane per entrare dentro il primo nucleo del BR, raccontando le prime azioni dimostrative, le rapine, i volantinaggi, gli incontri clandestini, i personaggi (come Curcio e Cagol) fino al sequestro lampo di Idalgo Macchiarini, un dirigente della Sit-Siemens, sottoposto al primo processo proletario. "Mordi e fuggi", scrivono i brigatisti. Alla violenza, alla segretezza, alla gerarchia a cui Alberto aderisce si accompagna una povertà emotiva che lo porta progressivamente all'isolamento e alla paranoia, fino alla messa in discussione di tutto, di se stesso, della sua voglia di rivalsa, del suo sentirsi vivo solo durante la lotta armata, del suo distacco dalla realtà ma anche da una qualsiasi idea di futuro.
    Una crisi esistenziale e politica radicale (così come sono radicali le scelte di Alberto), che Bertante svela passo dopo passo, in modo ravvicinato, e che conduce il protagonista ad ammettere la sconfitta e a lasciare le Br. In una narrazione che appare impetuosa nel ritmo, ma a tratti anche glaciale - nel suo racconto analitico delle sensazioni e dei pensieri del protagonista, sulla cui effettiva esistenza resta aperto un dubbio (l'autore stesso è partito dal presupposto che due membri del nucleo storico delle Br non sono mai stati identificati) - colpisce anche il ritratto di una Milano indimenticabile, cupa, fumosa, lontanissima da ciò che è oggi, una città all'epoca rivelatasi perfetto "incubatore" di una rivoluzione che ambiva a essere "imprudente e maledetta". Il romanzo riavvolge il nastro del tempo e catapulta indietro in anni complessi, macchiati di sangue e dai contorni troppo sfocati; nessuna volontà da parte di Bertante di fornire una versione definitiva di fatti che ancora sono una ferita aperta per l'Italia, ma solo un tentativo di provare ancora una volta a capire il buio della ragione e la rabbia sconsiderata di quel periodo. 

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