Culicchia, mio cugino Walter Alasia

Memoir dolce e terribile nato dopo la morte del Brigatista

 GIUSEPPE CULICCHIA, ''IL TEMPO DI VIVERE CON TE'' (MONDADORI, pp. 162 - 17,00 euro).
    L'inizio di questo libro dolce e terribile, pieno di tenerezza e assieme dolorosamente razionale, non può essere che su quella fatidica data, la notte tra il 14 e 15 dicembre 1976, quando Giuseppe Culicchia undicenne dorme a casa sua a Grosso Canavese e Walter, suo cugino ventenne, dorme nella sua a Sesto San Giovanni, nota come la Stalingrado d'Italia. I due erano legatissimi, il più grande gioca con l'altro che l'ammira come un fratello maggiore sempre di buonumore, pronto a scherzare, disponibile in casa come a suonare la chitarra e le canzoni di Battisti, a cominciare da quella che da cui viene il titolo del libro. Ma ora Walter, che era Walter Alasia, è morto ammazzato quella notte, dopo aver ucciso a sua volta chi veniva a arrestarlo ''senza che nessuno di noi sapesse che eri entrato nelle Brigate Rosse''. Così, scritto rivolgendosi a lui, per raccontare e dirgli tutto il bene che gli voleva, che gli volevano e che rende ancor più umanamente assurdo l'accaduto.
    Culicchia scrive: ''Perdonami, Walter, se ci ho messo così tanto. Trenta libri, e più di quarant'anni. È per raccontare la tua storia che ho cominciato a scrivere, il giorno dopo la tua morte. È per questo che ho continuato a farlo in tutto questo tempo''. Ed ecco ora questo primo libro solo oggi portato a termine nella sua veste definitiva. E per cominciare ricostruisce ''un vortice di violenza inarrestabile, quello in cui precipita il paese all'epoca della mia infanzia e della tua adolescenza'' come riassunto in oltre dieci pagine di nomi di morti ammazzati di tutte le parti negli anni che precedono quella data, storica e personalissima assieme. Un elenco che ci ricorda come quello sia stato un periodo in cui la dialettica democratica si era andata perdendo, come il boom avesse costruito un paese con mille problemi e ingiustizie (che le due famiglie, una artigiana e una operaia, patiscono), come i sogni nati dalla Resistenza si fossero spesso infranti, anche in un contesto internazionale radicalizzato dalla guerra fredda.
    Tutto questo naturalmente serve a spiegare, se si vuole, a cercar di capire oggi come quei giovani sognassero di cambiare il mondo, ma non a giustificare, ché gli interrogativi, lo stupore su come sia potuto accadere che personaggi come Walter avessero potuto credere in ''una rivoluzione che non c'è mai stata'', vanno assieme alla condanna ribadita e chiara. Senza, potremmo dire, voler giudicare.
    Il resto del libro è un racconto, un memoir autobiografico di giorni e incontri felici, del legame tra due famiglie e le due madri che erano sorelle nel passare degli anni, tra vita quotidiana, litigi e affetto, e la vita del paese con Brelinguer e il compromesso storico visto come un tradimento. ''Io leggevo ancora Topolino e tu leggevi Il Manifesto'', ricorda Culicchia parlando del cugino che aderiva a Lotta Continua e si rivela un leader negli scontri di piazza e che, si dice l'autore, se non avesse incontrato Renato Curcio latitante forse quell'estate del 1975 non sarebbe entrato nelle Br, subito identificato dalla polizia per una sua distrazione. Quella polizia che, quella notte in casa Alasia, avrà due morti: ''Che cosa hai fatto Walter? Che cosa hai fatto alle famiglie, ai figli di Bazzega e Padovani, padre di quattro e che ne aveva avuta una da appena dodici giorni? Che cosa hai fatto a tua madre?'' e, implicito, che cosa hai fatto a me! La scrittura di Culicchia in questa difficile impresa riesce a essere come sempre pulita, chiara, precisa e serena e per questo anche sincera; racconta e si interroga, ricostruisce e immagina da scrittore, per esempio i pensieri dei poliziotti da una parte e quelli di Walter quella notte (''Cosa ti passa per la testa mentre sei li solo steso a terra nel gelo'', ritma il pensiero più volte, come un mantra che sancisce la fine arrivata), Walter di cui sottolinea sempre la via senza uscita in cui si era cacciato, con notazioni come ''presto saranno l'ultima cosa che vedrai'' gli alberi dalla finestra di casa. Nel ricostruire tutto nell'ultima parte, quando ogni cosa si fa più personale ma assieme pubblica, con quel che è successo, col nome di Walter Alasia che diventa quello di una colonna delle Br, con l'odio pubblico per l'assassino, che però per Ada e Guido è un figlio e per Oscar un fratello, Culicchia cerca di mantenere una qualche distanza imparziale affidandosi alle testimonianze raccolte e il racconto fatto da Giorgio Manzini in ''Indagine su un brigatista rosso'' (Einaudi 1978), anche perché ''il tempo non guarisce le ferite. Il tempo è un gran bastardo perché porta via tutto con sé. Tutto tranne l'amore. E' per questo che il dolore non passa. Se chiudo gli occhi sono di nuovo quel bambino in braccio a te''. (ANSA).
   

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