Cultura

Iczkovits, Tikkun è la mia riparazione

Autore in Italia, 'a Gaza capii che ero scrittore, non soldato'

(ANSA) - ROMA, 24 SET - YANIV ICZKOVITS, TIKKUN O LA VENDETTA DI MENDE SPEISMAN PER MANO DELLA SORELLA FANNY (Neri Pozza, pp.
    292, 17 euro, traduzione di Raffaella Scardi) "Sulla Striscia di Gaza, guardando la normalità di una famiglia palestinese, ho capito che sarei stato uno scrittore, non un soldato". Yaniv Iczkovits, classe 1975, 4 anni nell'esercito israeliano e ora affermato scrittore, ha dimestichezza con il dolore e ha imparato presto a farci i conti, fin da bambino, quando in casa si parlava di quella parte di famiglia annientata dalla follia nazista. Con "Tikkun", in ebraico "riparazione", il suo terzo acclamatissimo romanzo edito in Italia da Neri Pozza con cui è arrivato a Roma al Festival della Letteratura di Viaggio, affronta di petto il dolore, ma lo declina con umorismo in una vicenda rocambolesca piena di colpi di scena.
    Il romanzo, con il quale l'autore ha vinto il prestigioso Premio Agnon (riassegnato per la prima volta dopo 10 anni), racconta con una straordinaria verve ironica e uno stile brillante la storia di Fanny, una macellaia abilissima con i coltelli, che nella Russia dei primi del '900 parte per un viaggio avventuroso, avendo un'unica missione: ritrovare il cognato, che ha abbandonato sua sorella nella miseria lasciandola a crescere da sola i loro figli, e costringerlo a tornare a casa o a concedere il divorzio. "Ho scritto il libro per il mio tikkun personale, per la mia riparazione. Ho origini ungheresi-romene: buona parte della mia famiglia è morta nella Shoah e a casa c'era nostalgia per l'Europa di prima della guerra", spiega in una lunga intervista all'ANSA. "Questa nostalgia ora è completamente rimossa, si crede che oggi sia tutto positivo e che nel passato tutto fosse cattivo, ma nella mia storia privata questo non ha riscontro. Con Tikkun ho voluto dimostrare che la vita nel passato era piena, che non c'erano solo i pogrom". "Mentre scrivevo di quella realtà di fine '800 mi sono accorto che nel libro poteva emergere anche una raffigurazione di altri conflitti, come quello tra israeliani e arabi", prosegue. "Per risolvere questa guerra molti ritengono che serva una soluzione pratica, ma in realtà sono due storie dolorose: l'uno deve riconoscere il dolore dell'altro. Non è una questione di terra, di confini o di denaro, si tratta di avere rispetto, di guardarsi in faccia e capirsi". Nel contesto del libro, con donne vittime, miserie e conflitti, la scelta del registro ironico spiazza il lettore, ma di certo lo conquista. "Prima di questo romanzo stavo per pubblicarne un altro, ma era troppo simile nello stile agli altri scritti in Israele. I libri di oggi sono per lo più pesanti, disperati, con un eroe che ha subito un trauma", spiega, "allora sono tornato alla letteratura ebraica di fine '800 e mi sono chiesto come abbiamo fatto a perdere il sorriso, la grazia e l'umorismo che avevano gli autori di quell'epoca.
    Per questo ho scritto questa storia, così piena di allusioni, di contrari, di sinuosità e riferimenti letterari e cinematografici". La maestria letteraria di Iczkovits si vede tutta nel personaggio di Fanny, "un carattere che ha la forza che vorrei avere io. Prima ero più ribelle, capace di rompere gli argini, poi con la famiglia sono diventato conservatore. Nella mia fantasia mi piacerebbe essere come lei, uscire dalla vita quotidiana per fare un tikkun, una riparazione", racconta.
    "Fanny agisce per il desiderio di giustizia, ma anche per seguire una pulsione violenta, vuole realizzare se stessa facendo uscire la sua aggressività. A livello conscio vuole solo aiutare la sorella. Ma nel subconscio ritiene che l'oppressione maschile continui se le donne la accettano e restano in silenzio. Un'oppressione che c'è anche oggi: nel mondo religioso ebraico esistono ancora annunci sulle riviste come quello che ha ispirato il libro, in cui donne chiedono aiuto per ritrovare il marito". Con un dottorato in filosofia, appassionato di letteratura dell'800 e di autori italiani, soprattutto Primo Levi, Elsa Morante, Natalia Ginzburg ed Erri De Luca ("ma in Italia, conosciuta zaino in spalla a 25 anni, ho trovato cibo, donne e clima perfetti", dice), dopo l'esperienza come militare Iczkovits alle armi ha preferito le parole: "Durante il mio ultimo servizio nell'esercito mi trovavo sulla Striscia di Gaza: ogni giorno per 4 ore controllavo il confine. Vedevo sempre una famiglia palestinese, che faceva cose normali, i bambini tornavano da scuola, si preparava il pranzo. Era uno spettacolo di normalità che per me però normale non era. E' stata un'illuminazione: ho capito che sarei stato uno scrittore e non un soldato", racconta. "in Israele c'è l'etica del combattente poeta, ma io non potevo essere tutti e due. Noi scrittori possiamo combattere con la letteratura la nostra battaglia. Non credo che possiamo cambiare l'idea politica, ma possiamo portare il lettore nel nostro mondo, per fargli conoscere una realtà diversa". (ANSA).
   

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