La Grande Guerra di trincea di Stuparich

Quodlibet ripubblica il conflitto sul Carso, 'Guerra del '15'

GIANI STUPARICH, 'GUERRA DEL '15' (QUODLIBET, 195 PP., 17 EURO). Abituati ai tanti autori che descrivevano le inumani condizioni di vita, la perdita di dignità, il dilagare della spregiudicatezza e della ferocia, il racconto dei due mesi di trincea fatto da Giani Stuparich appare distaccato, quasi ingenuo. Somiglia a un angioletto che precipita, immacolato, tra gli escrementi, i sudori e il sangue delle buche dove si resta bloccati per giorni sotto il fitto bombardamento austriaco, e miracolosamente rimane tale: puro e incontaminato.
    Eppure, al contrario, "Guerra del '15" racconta proprio questo, due mesi di carneficina in trincea sulle alture del Carso nel vano tentativo di strappare al nemico una parete, una cengia. Soldati-magma, militari-marea davanti alla famigerata Quota 121, oggi si avanza di cento metri, domani si rincula di altrettanti. E martellanti, incessanti, gli shrapnel, le artiglierie che falciano, le bombe che distruggono di giorno quanto si costruisce ogni notte. Giani, 25 anni, e suo fratello Carlo, di 22, intellettuali riconosciuti, trattano con cautela l'argomento: triestini, si sono arruolati volontari nel I Reggimento Granatieri e dunque il sospetto aleggia intorno a loro, rischiano di essere scambiati per traditori su entrambi i fronti. Per questo, secondo alcuni critici, la narrazione è innaturalmente limpida e la guerra un faticoso andirivieni dove si combatte a distanza. La morte è sempre in agguato ma viene da lontano, il nemico è sempre "oltre" qualcosa, non lo si vede mai in faccia. Soltanto una volta, dalla partenza da Roma nel giugno fino al 7 agosto 1915 al Lisert alla periferia di Trieste, Giani innesta la baionetta e spiana il fucile, è quando teme di trovarsi in campo nemico, nella nebbia, e di trovarsi davanti il nemico.
    Nella post fazione Giuseppe Sandrini ricapitola e contestualizza la vicenda. Stuparich, medaglia d'oro, solo nel 1930 si deciderà a trasformare in libro un taccuino di "annotazioni scheletriche". Mentre i loro amici muoiono tutti nel conflitto e Giuseppe Ungaretti scrive "San Martino del Carso", i due fratelli intravedono ogni tanto tra la vegetazione Trieste in distanza, così vicina ma irraggiungibile, dove la madre li aspetta in apprensione. Il libro si ferma lì, ai fratelli, promossi ufficiali, che lasciano la trincea, con il senso di colpa di chi abbandona i commilitoni sotto il fuoco delle mitragliatrici e si mette in salvo. Il prosieguo vero, delle loro vite, non sarà così in discesa: tornati volontariamente al fronte, Giani verrà fatto prigioniero ad Asiago, Carlo per evitare di essere preso si suiciderà.
    La prima edizione di Guerra del '15 uscì con Treves nel 1931, cui ne seguiranno altre. Da molto tempo esaurito, la raffinata casa Quodlibet lo ripropone oggi, nel centenario della Grande Guerra, ricollocando lo scrittore Stuparich nel posto di rilievo che gli spetta nel Novecento.
   

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