Cultura

L'io diviso dalla guerra di Prcic

Schegge di vita e ricordi, fantasmi e illusioni tra Bosnia e Usa

        (ANSA) - ROMA, 22 MAR - ISMET PRCIC, ''SCHEGGE'' (BOMPIANI, pp.426 - 22'00 euro - Traduzione di Alberto Cristofori).
    E' inevitabilmente la guerra, anche se per certi versi non vissuta sino in fondo, l'esperienza vera, centrale della vita di Ismet Prcic, bosniaco scappato dal suo paese natale Tuzla quando aveva 19 anni, nel 1996, ed emigrato in California. E' la guerra quindi, con i suoi sconquassi e con i sensi di colpa che l'io narrante si porta dietro per essersene andato, a condizionare tutto, a dar forma a questo ricco, curioso coinvolgente romanzo diario che, non a caso, si intitola ''Schegge''.
    Il racconto procede per accumulo di brandelli di storie e periodi diversi, che si intrecciano e rimandano su un piano temporale, ma soprattutto su uno intimo, personale, relativo a una sorta di io diviso o fatto a pezzi e che cerca un senso per riuscire a ricomporsi: ''Come è che io posso esistere nello stesso tempo nel passato e nel presente, essere nello stesso tempo corpo e anima, vivere nello stesso tempo realtà e fantasia'', la vita di tutti i giorni in America e i fantasmi del passato nella ex Jugoslavia.
    Un libro che pian piano rivela una sua intima necessità e abilità narrativa che si gioca appunto su quelle doppiezze, che è come se annullassero le distanze e le differenze, come rivela un episodio esemplare: sentendo un giorno, mentre è soprappensiero, uno scoppio improvviso, Ismet si butta istintivamente a terra, e lì si chiede: ''come è che delle bombe scoppiate tanto tempo fa a Tuzla, possono rimettersi insieme, ritornare nella bocca del mortaio che le ha sparate, essere sparate di nuovo e raggiungermi qui, al bar del Moorpark College?''.
    Insomma, sul fondo ansioso e tragico, si inserisce la vita di cui Prcic sa cogliere anche tutta l'ironia.
    Fuggire non è servito a salvarsi o dimenticare. Tutt'altro, ha reso più vivo tutto quanto, ha fatto diventare bruciante il non vissuto, sino alla creazione di un suo doppio, un alter ego di nome Mustafà, come un soldato incontrato per caso e il cui ricordo non si è mai cancellato, anche perché questi la guerra l'aveva conosciuta sul serio, tra trincee e corpi maciullati dei compagni, per non parlare degli orrori etnici. Un romanzo quindi che si divide anche su alcune immagini necessariamente, realisticamente forti e il quotidiano filtrato dai mezzi di comunicazione e dalla distanza. Sempre con un'ambiguità che è insopprimibile e si veda uno degli incontri finali dell'autore con un gruppo di gente che parla bosniaco, in California.
    Praticamente, con la storia di Mustafà, sono tre i livelli della narrazione, gli agglomerati di schegge che si sono sparpagliate e sovrapposte ovunque (ma mai a caso, per quanto possa sembrare, se tutto riesce a filare e trascinarci dentro il racconto). Prima di tutto il diario più realistico e che fa da perno per gli altri due, dell'emigrazione e d'America dell'autore (dove viene ribattezzato Izzy), alla scoperta e integrazione in un mondo tanto diverso dal suo, rivolto alla madre (Mati) in un crescendo di tensione. Una tensione che è nella lettera finale della donna (che ha tentato il suicidio) al figlio di cui non sa più nulla, come nel sogno di questi, un po' ubriaco addormentato su un divano, che immagina di parlare al telefono col fratello che lo accusa: ''E' cominciato tutto quando tu te ne sei andato, stronzo. Te lo ricordi? Tutta questa storia. Tu dovresti essere qui, stronzo''.
    Il secondo flusso di schegge, quelle più vivide ricche di sentimento, riguardano l'essere stato bambino in Bosnia ed essere diventato grande, mentre la guerra cresceva, segnato dall'ansia di vivere in una città sotto assedio, tra bombardamenti, cecchini, con acqua e elettricità che sono dei lussi rari e razionati e, allo stesso tempo una sorta di assurda normalità, col suo far teatro e andare anche al Festival di Edimburgo. Un qualcosa che in America troverà una sua lettura anche attraverso film e tv, che non rendono nemmeno l'idea - dice - ma assieme ricorda come non si sia davvero reso conto di cosa significasse la notizia di un massacro nella sua Tuzla, finchè non l'ascoltò a sera al telegiornale. E forse non si era reso conto di che senso avesse la sua vita sino al momento di scrivere questo romanzo molto personale, particolare e virtuosistico. (ANSA).
   

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