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Joyland, il film pakistano agli Oscar tra blocco e censure

Prima stop all'uscita nel Paese poi via libera ma solo con tagli

Sta avendo un percorso decisamente avventuroso Joyland, il dramma famigliare di Saim Sadiq, vincitore del premio della Giuria nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes e designato dal Pakistan per la corsa all'Oscar come miglior film internazionale. A pochi giorni dal debutto nelle sale pakistane, previsto a metà novembre, il film, che aveva causato le proteste di alcuni gruppi fondamentalisti, secondo i quali sarebbe anti islamico, è stato bloccato. Una decisione subito contestata da altre parti dell'opinione pubblica, sulla quale il governo ha fatto in parte marcia indietro, un paio di giorni dopo, autorizzando l'uscita di Joyland (che ha fra i produttori esecutivi la premio Nobel Malala Yousafzai) ma solo dopo alcuni tagli. A causare polemiche è la storia, ambientata a Lahore e incentrata su Haider (Ali Junejo), che insieme alla moglie vive con la famiglia patriarcale del fratello. In una casa dove si è costantemente sotto lo sguardo degli altri, ad Haider viene chiesto di trovare un lavoro e diventare papà. Il giovane uomo viene assunto in un cabaret specializzato in danza erotica come stage manager, ma qui la sua vita cambia quando si innamora di Biba (Alina Khan), ballerina transgender. "Quello del film è stato un percorso pieno di eventi - spiega Saim Sadiq, qui al debutto in un lungometraggio, negli incontri in streaming di Deadline Contenders dedicati ai titoli in lizza come miglior film internazionale -. Un cineasta in Pakistan deve essere al tempo stesso un artista e un attivista... qualcosa che non immaginavo. Ho imparato molto, non pensavo che tante persone potessero stringere un legame così personale con il mio film". Sadiq aveva già lavorato con Alina Khan, per un corto, "che è stato premiato a Venezia tre anni fa. In Pakistan non ci sono attori transgender, ma sapevo che lei sarebbe stata in grado di rendere al meglio il ruolo". L'intento di Sadiq non era essere provocatorio, ma "parlare di patriarcato, gender e sessualità relazionate a ciò che conosco, alla mia città". Il regista non avrebbe mai immaginato che Joyland avrebbe suscitato reazioni così forti, "ho fatto il film che volevo fare, ho raccontato la storia nel modo più onesto che potessi". Rispetto al blocco e alla richiesta di tagli "è stato un periodo folle - commenta il cineasta -, devastante da vivere. E' l'incubo di ogni regista non sapere fino all'ultimo se il film potrà uscire o verrà di nuovo bloccato. Per ora siamo riusciti ad avere una mezza vittoria, con il ritiro del blocco; non è una vittoria totale, perché ogni artista vorrebbe che il proprio film venisse presentato al pubblico nel modo in cui l'ha realizzato". Sadiq sa di dover fare dei tagli, "ma non so ancora come reagirò. Vedrò dopo il film in sala e so che rabbrividirò. Ma questo può far parte dell'essere un artista in Pakistan, non posso far nulla per evitarlo". Almeno Joyland "uscirà, nel modo in cui l'ho ideato nel resto del mondo".

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