Uccise figlio 13enne, non imputabile

Debora Calamai totalmente incapace di intendere

Debora Calamai non è imputabile: la donna era totalmente incapace di intendere quando, alla vigilia del Natale 2014, uccise a San Severino il figlio 13enne Simone a coltellate, per il timore che il marito, dal quale viveva separata, glielo portasse via. E' la sentenza del rito abbreviato svoltosi a Macerata. Affetta da disturbi psico affettivi di carattere bipolare, la Calamai è stata ritenuta pericolosa per sè e per gli altri: dovrà trascorrere 10 anni in una Rems.

Quella sera,  Simone era stato accompagnato a casa della madre, in cura psichiatrica da tempo, per trascorrere la vigilia con lei. La donna gli aveva consegnato il suo regalo, una scatola di Lego, avevano cenato insieme, poi però il bambino aveva telefonato al padre chiedendogli di aiutarlo a finire una costruzione. Probabilmente aveva paura, aveva capito che la madre non era in sé. E infatti, forse nel timore di perderlo per sempre, Debora si è avventata sul figlio colpendolo con una due, nove coltellate, mentre lui cercava inutilmente di difendersi. Oggi la donna è comparsa davanti al Gup di Macerata, che, con il rito abbreviato, l'ha prosciolta dichiarandola non imputabile: al momento del delitto Debora era incapace di intendere e di volere, e tuttora soffre di disturbi psico-affettivi di tipo bipolare. E' pericolosa per sé e per gli altri, e il giudice ha disposto per lei una misura di sicurezza di 10 anni, da trascorrere in una Rems, una delle strutture residenziali sanitarie che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. Il pm ha ricordato che tutte le perizie psichiatriche hanno concordato sull'infermità mentale della Calamai, e la sua impossibilità di partecipare alle udienze. La parte civile, costituita dal padre di Simone, da cui la donna viveva già separata, dai nonni e da una zia, e rappresentata dall'avv. Lucia Panzini, aveva invece chiesto la condanna dell'indagata, sostenendo che la sera dell'omicidio era capace di capire quello che faceva. Gli avv. Simona Tacchi, Tiziano Luzi e Mario Cavallaro, difensori di Debora, hanno riferito che fin dal 2002 la loro assistita era seguita dai servizi sanitari per problemi psichiatrici, e assumeva psicofarmaci. Proprio per questo il marito aveva chiesto l'affidamento esclusivo di Simone. Secondo i legali, Debora ''ancora non si rende conto del delitto. Di quella sera non ricorda nulla, neppure che Simone gridava''. In una mente non lucida ''la separazione dal marito, poi la richiesta dell'uomo di ottenere la custodia del figlio, e infine, la volontà di Simone di trascorrere la sera di Natale con il padre sono tutte circostanze che hanno sconvolto definitivamente la sua psiche''. Ai carabinieri andati ad arrestarla Debora aveva detto: ''Sono contenta di averlo fatto''. 
   

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