Recovery: scienziati, alla ricerca servono 15 miliardi

Lettera alla Commissione Cultura del Senato. Tra le firme quelle di Amaldi, Maiani e Parisi

Redazione ANSA

Sono insufficienti e troppo orientati verso il mondo delle imprese gli 11,77 miliardi previsti per la ricerca nella bozza del Recovery Plan approvata il 12 gennaio dal Consiglio dei Ministri. Lo stanziamento deve essere di 15 miliardi e deve sostenere la ricerca di base, si legge nella lettera al presidente della Commissione Cultura del Senato firmata da 14 fra i più prestigiosi ricercatori italiani, fra i quali Ugo Amaldi, Luciano Maiani, Giorgio Parisi e Alberto Mantovani. "Ci auguriamo - si legge nella lettera - che il dibattito possa portare a una revisione profonda delle proposte contenute nella bozza del 12 gennaio".

La lettera è la più recente di una serie di iniziative intraprese dallo stesso gruppo di scienziati a partire dal settembre scorso per chiedere lo stanziamento di 15 miliardi in 5 anni da prevedere nel Recovery Plan perché sia competitiva nella ricerca. Dopo la lettera del 2 gennaio scorso all’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, gli scienziati sono tornati a scrivere all’attuale presidente Mario Draghi e adesso, rivolgendosi alla Commissione Cultura del Senato, scendono nel dettaglio delle azioni giudicate necessarie per rilanciare la ricerca italiana.

“Le nostre argomentazioni partono dalla situazione del tutto insoddisfacente degli
investimenti italiani in ricerca pubblica – si legge nella lettera - quando li si confrontino, non con i Paesi all’avanguardia in questo campo (quali Corea, Israele, Svizzera e Svezia) ma con i due altri grandi Paesi fondatori dell’Unione europea”, ossia Francia e Germania.

L’Italia spende per la ricerca pubblica lo 0,5% del Pil (pari a 9 miliardi l’anno) contro lo 0,75 della Francia (17 miliardi) e l’1% della Germania (30 miliardi), con un investimento annuo per cittadino di 150 euro contro i 250 della Francia e i400 della Germania e i dottorati di ricerca sono 9.000 l’anno contro i 15.000 della Francia e i 28.000 della Germania. Solo per la qualità della sua ricerca l’Italia non è seconda a nessuno in Europa.

La proposta, su un periodo di cinque anni, è di “aumentare dello 0,25% del Pil, in modo strutturale e permanente, l’investimento dello Stato in ricerca passando dallo 0,5% allo 0,75%”, raggiungendo così l’attuale investimento della Francia. Inoltre, prosegue la lettera, “poiché nel 2019 lo Stato italiano ha investito 9 miliardi di euro in ricerca pubblica, di cui 6 in ricerca di base e 3 in ricerca applicata, è necessario aggiungere al bilancio ogni anno 1 miliardo per arrivare nel 2025 a un investimento di 14 miliardi. Tra il 2021 e il 2025 questa operazione richiede complessivamente 15 miliardi”.

La lettera propone inoltre di utilizzare l’aumento strutturale dei fondi in modo da “quadruplicare il finanziamento dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin)” con 3 miliardi in 5 anni) “portandoci così al livello della Francia”, di “aumentare il numero di dottorandi” da 9.000 a 14.000 l’anno e di “reclutare 25.000 nuovi ricercatori” al ritmo di 5.000 l’anno con un investimento di 4 miliardi in 5 anni (in questo modo si arriverebbe a 100,000 ricercatori pubblici, quasi quanto la Francia). Si propone inoltre di “investire sulle principali infrastrutture inserite nel Piano Nazionale della Ricerca, recentemente approvato dal Cipe”.

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