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Grassofobia, lo stigma sociale che lascia ai margini e The Whale, il film che lo racconta

Grassofobia, lo stigma sociale che lascia ai margini e The Whale, il film che lo racconta

Brendan Fraser ha vinto l'Oscar nel ruolo dell'obeso Charlie che vive in solitudine

13 marzo 2023, 07:23

di Alessandra Magliaro

ANSACheck

Brendan Fraser con l 'Oscar come migliore attore per l 'interpretazione di The Whale di Darren Aronofsky © ANSA/EPA

Brendan Fraser con l 'Oscar come migliore attore per l 'interpretazione di The Whale di Darren Aronofsky © ANSA/EPA
Brendan Fraser con l 'Oscar come migliore attore per l 'interpretazione di The Whale di Darren Aronofsky © ANSA/EPA

Oggi si parla di obesità e di grassofobia, “fatphobia” come la chiamano gli americani indignati dalla storia raccontata nel film The Whale di Darren Aronofsky per la grande  interpretazione dell’attore Brendan Fraser che la notte del 12 marzo ha vinto l'Oscar dopo tanti altri riconoscimenti tra cui quello dei colleghi attori, lo Screen Actors’ Guild Award (il film, presentato in anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia 2022 è in sala in Italia distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection) . Charlie è il protagonista del film e racconta la sua storia di declino e solitudine legata ai kg di troppo, è un prof d'inglese di 300 kg che vive con il dramma dell'obesità e che ha deciso di mangiare fino a morire portando il peso fisico e psicologico della sua malattia. Fraser nella realtà oggi non è obeso e per interpretare questo ruolo e aumentare la propria stazza, ha dovuto indossare una tuta protesica, di oltre 136 kg più e un make up anch'esso prostetico.
Un film più che mai attualità e che, sottolinea la World Obesity Federation, può essere uno stimolo per la prevenzione del sovrappeso e dell'obesità e per la sensibilizzazione sull'argomento e sulla malattia (cui è dedicata la giornata mondiale del 4 marzo) : come dichiara il regista del film Aronofsky, “mostra al pubblico un ritratto di una umanità raramente e negativamente rappresentata dai media”.
La grassofobia, è una  «discriminazione sistemica» delle persone grasse, perché attraversa tutti gli ambiti sociali possibili, costantemente: lavoro, scuola e anche sanità. Da questa originano anche le difficoltà di riconoscere l’obesità come patologia e non come vizio, mancanza di forza di volontà o autodisciplina. Secondo Edoardo Mocini, Medico Chirurgo Specialista in Scienza dell'Alimentazione ricercatore della Sapienza al Policlinico Umberto I, autore del libro Fatti i piatti tuoi (Rizzoli), "il numero delle persone affette da obesità nel mondo sfiora ormai il miliardo. Affrontare il tema in maniera stigmatizzante e semplicistica, concentrandoci solamente sulle cause individuali, ha dimostrato di non riuscire né ad invertire la tendenza globale né a migliorare la salute dei pazienti. È importante piuttosto riconoscere le numerose cause ambientali che non sono sotto il controllo dei pazienti e permettere loro di accedere a cure mediche specialistiche, che non consistano in indicazioni vaghe ed aspecifiche sul migliorare la propria alimentazione ed aumentare l’attività fisica ma in vere terapie multidisciplinari: dietoterapiche, psicologiche, farmacologiche, ecc ecc.
Secondo un sondaggio, promosso dall’americana Allurion e condotto da YouGov, che indaga su come gli italiani vedono e percepiscono il problema del sovrappeso e dell’obesità tramite i social media, è Instagram il social più rilevante nel divulgare informazioni su come affrontare obesità e sovrappeso, segue Facebook e quindi solo per i più giovani Tiktok. Più di un terzo dei nostri connazionali (35%) ritiene che almeno uno tra i tre social abbia un ruolo molto rilevante in questa divulgazione. Inoltre, gli italiani ritengono che durante la pandemia nei social media sia cresciuta l’attenzione per le tematiche legate all’obesità in particolare su Instagram, seguito da Tiktok.
Il 49% degli italiani ritiene che media e social media poco rappresentino persone sovrappeso e obese, spesso in modo negativo o addirittura comico, un ruolo particolarmente negativo è quello di Tiktok percepito dal 51% degli italiani come il social che peggio rappresenta questa fascia di popolazione. Del resto nel maggio scorso TikTok ha dovuto eliminare una challenge terribile, la “Boiler Cup” , una sfida tra ragazzi con l’obiettivo di “prendere di mira ragazze grasse a scopi sessuali e con l’intento di umiliarle, denigrarle e deriderle”, come denunciavano Chiara e Mara, le due autrici della pagina Instagram Belle di faccia (se non le conoscete vi consigliamo di seguirle, parlano di body shaming e grassofobia). I contenuti di questi video riprendono queste ragazze mentre ballano e senza il loro consenso le pubblicano online con tanto di didascalie ironiche. Molte e molti creator, per fortuna, hanno apertamente condannato la challenge contribuendo a sollevare un polverone che ha permesso a TikTok di intervenire per rimuovere molti dei contenuti
Tornando a The Whale, l’interpretazione di Brendan Fraser fa ben capire come lui abbia fatto suo ciò che sta dietro ai problemi di peso, partendo dalle motivazioni che portano qualcuno a non essere più padrone del proprio corpo. Queste persone oggi chiedono un aiuto importante ai social media responsabili di una negativa percezione della malattia: prima di tutto sono richieste attività di divulgazione da account istituzionali soprattutto su Facebook (48% degli italiani), mentre su Instagram il 37% degli interrogati si aspetta campagne di sensibilizzazione . In generale semplicemente dare maggiore visibilità nei social a persone obese o sovrappeso può aiutare a combattere questo stigma (complessivamente lo pensa il 40% - a prescindere dal social network). Qualcosa si fa: Lara Lago ad esempio conduce su Sky la rubrica sulla body positivity "Caro Corpo" e  su Tik Tok e Instagram con la “GRassegna” racconta la rassegna stampa delle notizie grassofobiche e dai social e dai talk show televisivi è attiva nella lotta agli stereotipi, per una società più giusta ed inclusiva senza grassofobia e conduce incontri come quello a febbraio, organizzato da WeWorld a Milano dal titolo “Quanto ci aiuta la body positivity?.
Come scrivono le autrici Madamoiselle Caroline e Mathou del graphic novel A volontà - Giornata semi-vera in compagnia di due amiche che sfidano i pregiudizi sulla grassofobia (Edizioni Lswr) : “Quando avremo veramente capito che - il peso non è una scala di valore - "io non sono un numero sulla bilancia, non sono una sfigata" - prendere peso non vuol dire sprecare la tua vita - la grassofobia rende la gente più grassa e più triste - nessuno decide se sono bella, sexy e adorabile... Quando saranno diventate parole capite, assimilate, digerite alle quali aderiremo completamente senza dirci "Oh si, però se perdessi qualche chilo sarei una persona migliore... ", quel giorno sarà una grande vittoria. “A volontà” è il racconto ironico della loro giornata: la voglia di pranzare senza rinunciare al dolce; le taglie dei vestiti che vorrebbero acquistare ma che non vanno bene; gli appuntamenti con medici che sembrano non capirle; le battute di amici e sconosciuti sul loro peso, anche durante le feste. Al giungere della sera, però, le due autrici portano il lettore a fermarsi, un attimo, per riflettere: cosa c’è dietro la loro incapacità di seguire una dieta? Cosa si nasconde dietro la loro voglia di cercare sempre del cibo? Semplice: ci sono situazioni, vissuti e problemi che nessuno conosce, se non le dirette interessate. E che le porta a non poter rinunciare a determinati sfizi e abitudini alimentari (anche scorrette) non senza della sofferenza. C’è anche una società che non lascia spazio a chi non rientra nei canoni di bellezza imposti. Una delle due autrici mostra come provi da sempre ad accettarsi così per come è, ma deve fare i conti con il giudizio della gente. L’altra, invece, cerca un modo per provare a dimagrire iniziando diete e andando in palestra, con scarsi risultati. Così sono diventate vittime della "grassofobia", un vero e proprio problema sociale. “A volontà” è quindi un invito a riflettere, a non giudicare e a ponderare bene quelle battute sul peso e sul corpo altrui. Battute che possono sembrare innocue, ma che spesso fanno male. Al punto che 'fat-shaming', cioè la derisione di una persona per il suo peso considerato eccessivo, è uno dei neologismi introdotti nello Zingarelli 2023.

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