Società & Diritti

Vita da expat al tempo del Covid, fermarsi all'estero o rientrare in Italia?

Il South working oltre l'emergenza, "la pandemia ci ha costretti a riflettere"

Una donna guarda dal finestrino di un aereo. foto iStock. © Ansa
  • di Alessandra Magliaro
  • 15 dicembre 2020
  • 11:19

Con la pandemia ancora in corso e non ancora debellata le città stanno assumendo nuove forme: i centri storici svuotati privi di turisti, i quartieri gentrificati diventati fantasma per la mancanza di viaggiatori, quartieri vivaci grazie ai residenti che si stanno abituando ancora di più, a causa delle restrizioni, a vivere la loro prossimità in fatto di negozi, bar, ristoranti, alimentari. Ma due 'tipologie' di persone, turisti a parte, mancano all'appello o comunque sono diminuite: studenti e lavoratori fuori sede. Uno scenario in replica ovunque: da New York a Londra, da Milano a Parigi, Berlino, Madrid, Roma ecc.. Vale tra paesi europei, tra extraeuropei e all'interno degli stessi paesi per la mobilità interna. Dopo l'impatto choc della prima emergenza, la fase due ha visto nascere il fenomeno del South Working ossia delle persone tornate ai paesi d'origine per lavorare o studiare da remoto, svuotando le città che su questo 'in' si erano ampliate e formate -  e accanto a questo il fenomeno parallelo del lavorare da dove voglio - dunque anche dai luoghi di vacanza o da borghi in cui la vita è più a misura e meno stressante. Ora a che punto siamo? Quali sono le prospettive? 

Non c'è report, come l'ultimo Inaz, che non riporti la tendenza per le aziende di assumere lo smartworking come nuovo modello: solo il 6% non tornerà indietro alle modalità di prima, dunque al di là delle percentuali certamente variabili che buona parte delle giornate di lavoro si svolgerà fuori il portone di uffici e aziende sembra assodato. Stesso dicasi per le università tutte ormai dirette verso la digitalizzazione, con lezioni e workshop a distanza se non per tutto per buona parte del corso. Città come Milano o Londra (che poi ha i problemi non indifferenti legati alla Brexit che già prima della pandemia erano sorti per fuori sede e studenti dall'estero) non torneranno, almeno secondo previsioni a breve, medio termine, come prima a pullulare di giovani studenti ed expat da tutto il mondo.

Nell'ultimo report della più grande comunità di expat - persone che vivono all'estero, letteralmente 'espatriate', con o senza la residenza - diffuso alla fine di novembre 2020, l'Italia è agli ultimi posti per attrattiva: su 66 città dell' Expat City Ranking 2020 - un indice sulla qualità della vita mescolando fattori come aree verdi, mobilità sostenibile, funzionamento strutture, presenza di aggregatori sociali ecc - Milano è al 63/mo e Roma addirittura 65/ma al penultimo posto. Al primo posto c'è Valencia, seguita da Alicante, Lisbona, Panama City, Singapore, Málaga, Buenos Aires, Kuala Lumpur, Madrid e 10/ma Abu Dhabi (10th) (la top 10 delle città da vivere per gli expats 2020). Giù in classifica città che non ti aspetti come Parigi o Dublino. Almeno secondo la annuale ricerca Expat Insider by InterNations monitorando oltre 15mila espatriati di 173 nazionalità sparsi in 181 paesi. Milano è finita tra gli ultimi 10 per il quarto anno consecutivo, penalizzata per il costo della vita, delle abitazioni in particolare (più di tre espatriati su cinque (62%) valutano l'accessibilità economica delle abitazioni in negativo  “È difficile trovare un appartamento come espatriato - un incubo ", dice un expat dall'Ucraina. Roma è un disastro: male nei trasporti, male nell'offerta di lavoro, nell'economia, nella qualità di vita, punteggio positivo solo per la socialità e la ristorazione. Difficile, anche per questo, immaginare che tornino meta.
Con oltre 4 milioni di associati in 420 città nel mondo InterNations è la più grande community a livello mondiale di expats e fonte di informazione costante per chi vive e lavora all'estero. #ANSALifestyle ha raccolto la testimonianza di Samuele Mini che lavora presso InterNations con base a Monaco di Baviera. "La nostra azienda da marzo non ha mai riaperto, siamo tutti in smartworking e non si tornerà fino a quando non sarà possibile la vaccinazione di massa. La Baviera è tra i lander più colpiti e il panorama certo è diverso: con l'Oktoberfest annullata non si è mai vista Monaco così vuota. Dopo la prima fase, quando è stato possibile ripartire, in tanti lo hanno fatto, magari restando nei paesi d'origine, anche per le ferie, poi ci si è posti il problema: restare in Italia o ritornare all'estero utilizzando in entrambi i casi lo smart working? Io personalmente sono tornato a Monaco, ci vivo da 4 anni, è qui che voglio stare anche lavorando da casa. Molti miei amici e colleghi sono rientrati. La pandemia ha costretto secondo me tutti noi expat a riflettere sulla vita, sulla soddisfazione rispetto a quello che stiamo facendo all'estero. L'emergenza ha imposto alle persone una pausa di riflessione forzata: erano sulla giostra, hanno dovuto ridiscutere le priorità della vita. Se devo fare una statistica quelli che hanno maggiormente detto 'torno a casa' sono i più precari, quelli non ancora integrati, quelli per cui restare era davvero pesante e non solo economicamente. Penso a conoscenti in ambito alberghiero, della ristorazione ma anche ad amici nelle compagnie aeree. La nostra azienda già dal 2018 aveva cominciato la pratica dello smartworking, potevamo fare due giorni a settimana, la pandemia ha estremizzato ma noi già la usavamo,  ma sappiamo - conclide Mini - che le cose non torneranno come prima, che avremo bisogno di uffici meno grandi perchè lo smartworking diventerà un modo acquisito di lavorare, che la divisione degli spazi sarà diversa, intelligente, smart e all'insegna della flessibilità".

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