Gilda Pantuliano, cercando l'alba dentro l'imbrunire

Arte ai tempi del Covid, dalle reti alla carta

Da un linguaggio dalla forte connotazione digitale che caratterizza la pluripremiata serie di collages fotografici digitali Le orme sull’acqua ad un pieno contatto con la materia per la nuova serie di opere Parole in luce. Due mondi apparentemente distanti ma intimamente connessi dal concetto di memoria. Il percorso artistico di Gilda Pantuliano, in arte Fluida, è iniziato nel borgo dei pescatori della Corricella di Procida, da scatti alle reti da pesca poi rielaborati digitalmente. Il testimoniare l’antico sapere isolano del rammendo delle reti - mestiere andato quasi completamente in disuso e che sopravvive solo grazie alla dedizione dei vecchi pescatori che conservano e tramandano le reti in canapa, soppiantate dagli anni ’60 in poi da quelle in nylon – si sposa con la volontà di denunciare il fenomeno della pesca fantasma, diretta conseguenza dell’abbandono dei materiali naturali tradizionali e biodegradabili in favore di quelli sintetici. Un linguaggio artistico contemporaneo per un invito al recupero della tradizione come identità di un luogo e come memoria da tramandare. “Ma il lock down ha profondamente segnato il mio linguaggio espressivo”, afferma l’artista “Ho dovuto fare i conti con l’impossibilità di andare sui moli in cerca di reti da fotografare per creare i miei collages… avevo tempo a dismisura che non riuscivo a condensare e trasformare in arte, mi sono sentita frustrata a tal punto da entrare in crisi profonda. Vedevo oscurità. Ho cercato “l’alba dentro l’imbrunire”, per citare l’inarrivabile Battiato, dedicandomi alla lettura, l’Altrove in cui mi rifugio sin dalla tenera età. Mi ha donato conforto ma anche la scintilla creativa per la mia nuova serie di lavori: ho ricordato, infatti, di aver conservato scatole colme di vecchi libri, oramai illeggibili perché corrotti dall’umidità, che mi ero sempre rifiutata di buttare perché erano stati miei compagni di viaggio, testimoniando i miei gusti letterari in varie fasi della mia vita. Rappresentano la mia memoria, non potevo semplicemente sbarazzarmene: sono irrimediabilmente sentimentale e nostalgica. E così, inaspettatamente, sono riuscita a coniugare la passione per la lettura con la mia arte.” Con certosina pazienza Fluida ha recuperato le pagine ancora leggibili consolidandole e restituendo loro dignità, facendole rivivere in una nuova serie di opere, Parole in luce. La prima, Altrove, è una installazione ispirata da due straordinarie donne che a Napoli, durante la Seconda Guerra mondiale, sono state protettrici dei libri “Sopra tutte le cose espressione di civiltà, strumento di elevazione umana” secondo Benedetto Croce. Una è la direttrice della Biblioteca Universitaria Maria Castellano Lanzara, che riesce a mettere in salvo i volumi più preziosi trasportandoli da una Napoli martoriata dalle bombe all’Abbazia di Montevergine, ed a lasciare tutti gli altri libri a disposizione dei cittadini mantenendo la biblioteca aperta. L’altra è Maria Bakunina, figlia del rivoluzionario filosofo e zia del matematico Renato Caccioppoli, una delle prime docenti universitarie donna. La leggenda narra che nel 1943, mentre i tedeschi danno fuoco ai libri nelle biblioteche universitarie, lei si segga tranquilla e con sguardo fermo nei pressi delle fiamme, colpendo col suo coraggio il comandante tedesco che dà ordine al plotone di ritirarsi. L’installazione raffigura il corpo stilizzato di un lettore alato a gambe incrociate e privo di testa, perché “Chi legge, chi legge veramente, è altrove” come recita la citazione di Amélie Nothomb che ha ispirato il titolo. In una Italia che tende alla digitalizzazione culturale, e che dedica sempre minor tempo alla lettura, la rivalutazione della parola scritta, in quanto memoria, potrebbe scongiurare il rischio di un impoverimento culturale irreversibile? Questa è la domanda di partenza della ricerca artistica che sottende l’opera. La memoria scritta come attività sociale nella quale le tracce del passato sono filtrate e sedimentate tramite revisioni, controlli, trascrizioni ha come fine non l’accumulo automatico di ricordi bensì la loro ricostruzione e rielaborazione selettiva, attraverso le quali giungere ad un’identità sociale, il cui concetto oggi, alla luce della globalizzazione, è profondamente cambiato. Come è cambiato il concetto di documento, insieme con il suo aspetto: parole che si stagliano su di uno schermo retroilluminato. “Ma non ci si può arrendere a questo irreversibile processo di smaterializzazione: a questa virtualità si può, si deve opporre la matericità dell’oggetto-libro. Leggere è un’esperienza. Di piacere tattile, visivo, olfattivo, mentale, emotivo. Mentre il mondo circostante sfuma nell’indistinto il lettore, rubando tempo alle altre attività per dedicarlo alla lettura, compie un nobile gesto. Il lettore è un Custode del Tempo. Perché leggere non è un modo per trascorrere il tempo, bensì un modo per salvarlo, volando altrove.” Ed è con questo nobile pensiero di preservare la memoria del libro come identità culturale che l’artista salernitana ha trasformato le pagine dei vecchi libri in piume. Migliaia, ritagliate a mano e solo velate di colore per preservarne la leggibilità, formano due grandi ali. La carta delle pagine è stata trattata con colla vinilica, pigmenti metallici e vernici, un richiamo sia al papier mâché che alle gouaches découpès di Matisse. “Mi hanno sempre incantata i dipinti con le forbici del Maestro: esprimono grazia, fragilità ma anche forza, potenza espressiva. Per realizzare tutte le piume ho impiegato mesi a ritagliare con le forbici. Ma, a differenza di Matisse che prima dipingeva a gouaches grandi fogli bianchi che poi ritagliava, io ho prima ritagliato e poi dipinto, una ad una, migliaia di piume. Un esercizio zen, una prova di pazienza… il tempo non mancava! Poi, terminato il lock down, ho realizzato la struttura del corpo del lettore in tondino di ferro e quella delle ali sulle quali ho montato le piume.” L’installazione avrebbe dovuto essere esposta a dicembre 2020 alla Biblioteca Angelica a Roma per la mostra “Liber” a cura del critico d’arte dott.ssa Antonella Nigro, ma il Covid ha fatto slittare alla primavera 2021 le esposizioni fisiche. Tanti i livelli di lettura di questa opera. Nell’idea originaria di dare fuoco alle ali, abbandonata per motivi di sicurezza, sussistono rimandi letterari a “Il nome della rosa” ed a “Fahreneit 451” (il cui titolo in italiano fu tradotto con “Gli anni della fenice”). Le fragili ali di carta richiamano la situazione in cui versa l’editoria italiana, oramai in profonda crisi. Ma raccontano anche di come la lettura elevi lo spirito umano, conducendolo ad una nuova consapevolezza di sé attraverso la conoscenza, unico strumento di vera libertà e di rinascita. Una fenice, un lettore alato, un Custode del Tempo che celebra la sacralità della lettura e della memoria che attraverso di essa si tramanda alle generazioni future per preservare l’identità della società. Il concetto di fragilità ritorna anche in Falling words, una massa di foglie autunnali dall’aspetto iperrealistico ricavate da “Il giardino del Profeta” di Gibran. In Green light, elsewhere si aggiunge la componente luminosa. Le pagine de “Il grande Gatsby” di Scott Fitzgerald sono ritagliate a mo’ di frange e richiamano lo sfavillio dei Ruggenti anni Venti, che si rifletteva anche nella sofisticata moda femminile. Una massa mutevole creata da migliaia di ritagli, nella quale sembra che le parole si scompongano ed accavallino, non perdendo tuttavia il significato originario. Perché la sequenza delle pagine che si avvolgono a spirale, fissate ad un unico filo senza soluzione di continuità dalla prima in baso all’ultima in alto, permette di leggere il romanzo in senso inverso, fino alla celebre frase finale, in un perpetuo rincorrersi tra testo e forme. Significato originario che non si perde nemmeno nel prezioso colpo di scena visivo della pietra verde che pende, appesa ad un impalpabile filo d’oro fissato alla struttura: una poetica rappresentazione della luce verde che il protagonista fissava dalla propria sponda del lago, riferimento al desiderio struggente che può trasformarsi in illusione: “Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.” In Jay, altra opera luminosa ispirata alle tematiche del romanzo di S. Fitzgerald, la decorazione delle pagine, che richiama il tessuto gessato maschile, va alleggerendosi e gradualmente scomparendo fino a far leggere tutte le parole del testo dal basso verso la sommità, dove i pannelli ritagliati sono modellati a forma di papillon e fiocchi: secondo l’artista, l’esperienza del passato, nella più intima rappresentazione della vita di ogni individuo, non può essere né soppressa né cambiata, indipendentemente di tentativi di abbellimento che si compiono. La memoria del passato riaffiora.

Fluida è un’artista dalla personalità poliedrica: dipinge, modella, crea installazioni, ma esordisce nel 2018 con la serie di collages fotografici digitali Le orme sull’acqua, esposta in prestigiose locations (Museo della Pietrarsa, Maschio Angioino, Castel dell’Ovo, Palazzo Ferrajoli, Scuola grande di San Teodoro, Carrousel del Museo del Louvre, Amburgo, per citarne alcune) ed in mostre personali a Lecce e Roma. Le opere hanno ricevuto riconoscimenti in numerosi Concorsi Internazionali d’Arte Contemporanea (Premio della Critica ad Arte Salerno 2018, Premio del Pubblico a NowArt Salerno 2018, Premio Velasquez a Madrid, Premio Picasso a Parigi, Primo Premio a Mare_Motus 2018, Primo Premio al VII Premio Iside 2019) e sono storicizzate nell’Atlante Dell’Arte Contemporanea De Agostini 2020.

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