Fase 3: Boeri, dalle periferie urbane ai borghi

Alternativa a grandi città attraversate da conflitti insanabili

Redazione ANSA ROMA

(ANSA) - ROMA, 09 GIU - I borghi come alternativa alle periferie urbane per ripensare i cicli di vita post-Covid. È quello a cui pensa l'architetto Stefano Boeri, alla luce del suo lavoro nei paesi del terremoto del 2016. Da qui l'invito a una ricostruzione che non crei "gusci vuoti" ma un nuovo modo di abitare.
    "Adesso ci troviamo con delle città a bassa intensità, sostanzialmente attraversate da conflitti insanabili e da enormi barriere di ingiustizia sociale e con una vita privatizzata, egoista e individualista", dice Boeri parlando delle "anti-città che hanno trasformato e trasfigurato l'Italia" al webinar "Ascoltare l'architettura" organizzato dalla Casa dell'Architettura di Roma e l'Ordine degli Architetti di Roma.
    La "costellazione di borghi" nelle aree interne può rappresentare, adesso, una "grande opportunità", per Boeri, perché abbiamo la banda larga e, con l'emergenza sanitaria, l'abitudine al telelavoro "che è oggi è potenzialmente fortissima e l'attitudine anche al ripensamento dei cicli di vita". "In una situazione in cui uno ha 4 o 5 giorni, di cui 2 o 3 lavorativi, da passare in un luogo che non è necessariamente una periferia urbana, cambiano radicalmente le prospettive di radicamento e sviluppo democratico di questo paese", dice Boeri.
    L'architetto ricorda che nella torre di Allianz impiegati e dirigenti condividevano una scrivania ogni due persone, già prima del Covid, che il grattacielo di Generali ha il 25-30% degli addetti presenti e vede, nelle grandi multinazionali un orientamento molto forte a ridurre e diluire, in maniera sostanziale, le presenza. Questo significa modificare il ciclo di vita, cambiare il rapporto tra "residenzialità e spazio di lavoro".
    L'opportunità rappresentata dai borghi " ha una serie di "possibili ricadute pericolose", riconosce Boeri che segnala gli errori di alcune scelte nella ricostruzione dei paesi distrutti dal sisma. "Si sono costruite decine e decine di scuole perché ogni comune ha avuto la sua invece di creare tre o quattro poli, e probabilmente non ci saranno neanche il numero di studenti necessari", dice Boeri sottolineando l'importanza di progettare, con la popolazione, il ripopolamento di territori che avevano iniziato ad essere abbandonati molto prima del 2016.
    Boeri immagina, in particolare, "un patto, un'alleanza, un contratto di reciprocità sul modello francese tra città e sistema di borghi" per cui chi progetta di spostare la vita, e investire sul futuro anche dei propri figli, in un luogo diverso dalla città, ha la garanzia di essere all'interno di un circuito di economia circolare sull'agricoltura, la forestazione, il lavoro artigianale e il lavoro intellettuale legato alla grande città.
    La ricostruzione deve guardare quindi a una "dimensione autentica e non identica" che vuol dire anche, per Boeri, ripensare agli spazi interni, rispetto a una domanda oggi che ha le caratteristiche di una domanda urbana.
    Il disegno, su larga scala. diventa quello di "un grande sistema ecologico" incentrato sui corridoi ecologici, con aree protette, parchi naturali, boschi curati, nel quale si possono inglobare città più verdi. "È un'idea non solo morfologica o ecologica - dice Boeri - ma anche di un modello economico diverso che io è quello che spero si possa iniziare a guardare".
    L'architetto dedica anche due riflessioni alle città di Roma e Milano. Roma è descritta come "un mondo a sé, una realtà che ha in sé tutte le potenzialità che potrebbero davvero segnare il salto evolutivo della nostra specie, ma anche le tare, le resistenze e i ritardi", una sfida "gigantesca" per cui sarebbe molto bello avere un progetto nazionale.
    Di Milano, invece, dove vive, Boeri racconta la tragedia di essere stata "vittima consapevole di un disastro di concettualizzazione e impostazione del sistema sanitario" di fronte all'emergenza Covid. Puntando tutto sugli ospedali, in Lombardia, "la malattia non ha trovato argini. Non c'erano più gli ambulatori di quartiere, non ci sono più i medici. Questa trasformazione dei grossi colossi sanitari in epicentri del contagio è stata assolutamente incredibile da vivere", racconta sottolineando l'importanza del decentramento sanitario.
    "Bisogna pensare città che riscoprano la dimensione del borgo - è la visione dell'architetto - non nel senso nostalgico o romantico, ma nel senso di un ritorno a una dimensione di autosufficienza dei quartieri" con i servizi fondamentali, come quelli sanitari, a una distanza di massimo 15 minuti a piedi.
    grandi aree pedonali e la riscoperta dei tetti come cortili contemporanei, spazi verdi e di socialità. (ANSA).
   

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