Biennale, al Padiglione Italia i sogni infranti del progresso

In coda ai cancelli, protesta solitaria davanti alla Russia

di Roberto Nardi VENEZIA

VENEZIA - L'arte non fa miracoli: non silenzia le paure e l'orrore della guerra, non spegne il suono sordo, seppure solo mentale, che sembra emergere dalla terra di "Piazza Ucraina", con i sacchi bianchi disposti a piramide come a proteggere un monumento dalle bombe, davanti al Padiglione statunitense e poco lontano da quello russo con le porte chiuse e le stanze vuote. Ma l'arte, i suoi strumenti operativi che sono la Biennale di Venezia e la mostra "Il latte dei sogni" a cura di Cecilia Alemani, ha il potere forte di far riemergere l'intima natura di un'umanità che cerca il dialogo, il confronto, la voglia di stare assieme, di riconquistare gli spazi della "piazza" dopo due anni di pandemia.
    E' un clima di festa, di sorrisi, di code ordinate quello che accompagna il primo giorno della pre-apertura della 59.
    Esposizione Internazionale d'Arte e non è certo un caso se la curatrice, durante la conferenza stampa con il presidente della Biennale Roberto Cicutto, dice che il successo più grande "è quello che le persone possono vedere le opere in presenza, trovarsi a Venezia dopo due anni di isolamenti e difficoltà".
    Davanti ai cancelli ai Giardini e all'Arsenale si sono formate lunghe file in attesa dell'apertura, code che poi si sono spostate davanti ai padiglioni, come quello statunitense, con l'artista Simone Leigh, con il tetto in paglia e una grande scultura all'esterno, francese, con Zineb Sedira, o inglese, con Sonia Boyce. Protesta solitaria contro la guerra di fronte alla Russia. Un gioco di pensieri l'accostamento tra i padiglioni tedesco e spagnolo. Nel primo, Maria Eichhorn focalizza il suo intervento sulla storia dell'edificio e la sua trasformazione, di fatto offrendo un'immagine di lavori in corso; il secondo, con Ignasi Aballì, subisce una correzione di inclinazione con nuovi muri bianchi. Sono 80 le partecipazioni straniere, in parte tra i Giardini e l'Arsenale, in parte disseminate in città. C'è la curiosità per il padiglione brasiliano, dove si entra e si esce attraversando la sagoma di un orecchio; l'interesse per quello maltese, con l'opera di Arcangelo Sassolino; l'artista bulgaro Michail Michailov con disegni che catturano gli aspetti microscopici dell'accumulo quotidiano.
    Il Padiglione Italia ha svelato agli addetti ai lavori - in attesa dell'inaugurazione il 22 aprile con il ministro Dario Franceschini e l'apertura della Biennale il 23, fino al 27 novembre prossimo - l'intervento-opera "Storia della notte e destino delle comete", realizzato da Gian Maria Tosatti, scelto dal curatore Eugenio Viola. Varcato il portone dell'edificio si entra nel mondo industriale reale degli anni tra i '60 e gli '80 del secolo scorso, ma come cristallizzato. Sono macchine reali, sono oggetti, come le venti postazioni per la cucitura con le bobine di filo ancora sui loro perni, che provengono da fabbriche che hanno prodotto. Appeso alla parete c'è un cartello con le regole per i lavoratori, con vicino un manifesto che reclamizza il Perù, forse sogno di una possibile vacanza; ci sono nastri trasportartori, bobine di nylon, sacchi da riempiere, macchine cariche di pulsanti e leve. Una timbratrice per gli orari di lavoro. Ma è tutto come bloccato nel tempo. E' il sogno del progresso - a dirla con l'artista -, che si è infranto; di una speranza che nessuno è stato capace o a voluto alimentare perché anche la speranza, come la democrazia, va nutrita. "Abbiamo voluto portare la verità di questo sogno che è collassato. Non siamo stati capaci di farlo durare" sottolinea Tosatti. Un giradischi diffonde la canzone di Gino Paoli "Senza fine", "di un'Italia che ha saputo sognare", spiega, ma l'orizzonte è più buio se "non ripensiamo al nostro rapporto con la natura. Dobbiamo capire che dobbiamo stare al servizio della natura. Dal presente non si esce vivi se non si punta sul futuro". Un futuro che forse metaforicamente, nel nuovo rapporto con la natura, va individuato nella parte conclusiva del percorso in un grande bacino con mille metri cubi d'acqua.

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