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Uomo solo al comando, fenomenologia di Conte

Lavoro ossessivo, scaramanzia e fede: riti di un ct sopra le righe

Francesco Grant e Piercarlo Presutti

Un uomo solo al comando, capace col suo lavoro ossessivo di modificare il corso della piccola storia del calcio. In venti giorni, Antonio Conte ha plasmato l'Italia trasformandola da brutto anatroccolo a piccolo cigno. Per spiccare decisamente il volo agli Europei ce ne vuole ancora, e prima degli altri lo sa il commissario tecnico che ha trasformato un gruppo di giocatori considerati poco più di gregari in una squadra che i grandi del pallone stanno ricominciando a temere. Eppure tre indizi possono fare una prova.

Primo dato, il Belgio dei talenti (fino a pochi mesi fa numero 1 delle classifiche mondiali) impotente di fronte all'organizzazione di gioco voluta fortemente dal ct. Poi l'Europa che riscopre la solidità della tradizione azzurra, tra soddisfazione per il ritorno nella nobiltà continentale e timori di dover spartire gloria con un avversario scomodo; e infine l'Uefa pronta a certificare che nessuno corre come la nazionale di Conte, qui a Euro 2016. La sua piccola campagna di Francia da vero e proprio condottiero, il ct postMondiale l'ha preparata in tre settimane. Un 'duce giusto" (come lo definisce qualche collaboratore), e la definizione e' nel senso latino e non storico-moderno del termine; un lavoratore 'maniacale', di assoluta personalità, capace di farsi seguire con devozione assoluta e di sudare in campo senza mai perdere il sorriso. Perche' il lavoro da allenatore e' la sua vita, il suo ambiente naturale, e per chiunque lavori al suo fianco diventa naturale non perdere mai la bussola, in qualsiasi momento, senza peraltro sentire più di tanto il peso della fatica o del ritiro: questo dicono di lui, dall'interno dell'albergo di Montpellier. Sulla strada del suo successo, Antonio Conte dissemina sassolini premonitori a ogni passo. E' credente e devoto di Antonio da Padova, santo onorato proprio il 13 giugno. E' devoto soprattutto, oltre che al lavoro, alla famiglia: il bacio alla figlia dal nome evocativo, Vittoria, dopo il Belgio e' come un piccolo rito. Perche' come chiunque nel calcio non rinuncia alle sue piccole scaramanzie: nella scelta delle divise per l'Europeo, pare abbia strizzato l'occhio al completo scuro, camicia compresa, ricordando che l'ultima volta con quell'outfit fu per il Mondiale 2006.

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