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>ANSA-FOCUS/Orban in affanno, l'outsider Magyar in rapida ascesa

>ANSA-FOCUS/Orban in affanno, l'outsider Magyar in rapida ascesa

Fidesz al 45% rischia il risultato peggiore degli ultimi 10 anni

BRUXELLES, 12 maggio 2024, 15:50

Redazione ANSA

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- RIPRODUZIONE RISERVATA

(di Alessandra Briganti) Il voto per le europee in Ungheria potrebbe avere per Viktor Orbán il sapore amaro della nemesi. Mentre il Vecchio Continente vira a destra, l'antesignano del sovranismo europeo pare infatti aver imboccato la via del tramonto. Un risvolto quasi inimmaginabile fino a qualche mese fa, quando il regime di Orbán, alla guida del Paese ininterrottamente da 14 anni, viene sfidato da Péter Magyar, uomo dell'establishment divenuto nel giro di poche settimane l'astro nascente dell'opposizione nel Paese.
    Per comprendere la parabola di Magyar, protagonista indiscusso delle europee in Ungheria, bisogna riavvolgere il nastro a inizio anno. Mentre a Bruxelles si consuma lo scontro sul pacchetto di aiuti all'Ucraina tenuto in ostaggio da Orbán, a Budapest il regime inizia a scricchiolare sotto i colpi di uno scandalo che fa cadere le teste di due donne chiave dell'apparato: Katalin Novàk, ex capo di Stato, e Judit Varga, ex deputata dimessasi pochi mesi prima da ministra della Giustizia per correre alle europee come candidata di punta di Fidesz, partito di Orbán. Lo scandalo scoppia quando un'inchiesta giornalistica fa venire a galla la storia della grazia, concessa da Novàk e firmata da Varga, a un uomo condannato perché complice in un caso di abusi sessuali su minori. Un terremoto che apre una crepa nel regime di Orbán che da anni maschera le sue posizioni anti-Lgbt dietro il pretesto di proteggere i bambini. A nulla valgono le dimissioni delle due fedelissime del premier, né il giro di vite contro la pedofilia varato dal governo. La valanga è inarrestabile, ancor più quando sulla scena irrompe Magyar, dirigente di Fidesz, sposato a Varga fino al 2023. Magyar tira fuori dal cassetto una registrazione, fatta all'insaputa dell'ex moglie, che allude al coinvolgimento di alcuni membri del governo in un giro di corruzione.
    Da allora, Magyar dichiara guerra al sistema: esce da Fidesz e porta in piazza decine di migliaia di manifestanti non solo nella capitale, bastione delle opposizioni, ma da ultimo anche a Debrecen, cuore pulsante dell'industria nel Paese e roccaforte del partito di Orbán. E con la promessa di una "primavera ungherese", Magyar si lancia nella corsa alle europee con la sua creatura, Tisza, idealmente collocata nelle fila dei popolari europei, che diventa in poco tempo il più grande partito d'opposizione in Ungheria. I sondaggi, quelli più autorevoli e recenti, suggeriscono che per ora Tisza, dato in rapida crescita al 25%, stia fagocitando soprattutto i consensi degli altri partiti all'opposizione. Un aspetto tutt'altro che trascurabile in un Paese, come l'Ungheria, privo di un leader capace di catalizzare il dissenso nel Paese. Con Magyar, uomo interno al sistema, intenzionato a rovesciare quel sistema, Budapest pare aver trovato il proprio Donald Tusk.
    C'è poi l'altra faccia della medaglia fotografata dai sondaggi. Tisza sembra intercettare anche il voto degli incerti, circostanza questa che erode in termini percentuali i consensi di Fidesz, la cui base elettorale, va ricordato, resta solida.
    Il partito di Orbán viaggia intorno al 45%, in calo dell'8% rispetto alle europee del 2019. Se le urne dovessero confermare questo quadro, per il premier sovranista si profilerebbe la peggiore performance elettorale dell'ultimo decennio. Con tutto ciò che ne deriverebbe anche sul piano europeo, dove a una condizione di isolamento in cui Budapest è precipitata negli ultimi anni, si aggiungerebbe la percezione di un leader in fase di declino.
    Aspetti che potrebbero pesare sulla presidenza di turno del Consiglio dell'Ue che l'Ungheria assumerà dal 1 luglio, così come sulle trattative per l'ingresso di Fidesz nel gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (Ecr) in merito al quale la premier e presidente dell'Ecr, Giorgia Meloni, ha frenato. E così il sogno di un'Europa sovranista potrebbe trasformarsi in un incubo per Orbán. Sempre che il camaleontico leader non abbia ancora qualche asso nascosto nella manica.
   

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